La conoscete già quella ragazzina, là in fondo, con quel piccolo gruppetto di amiche intorno, è sempre Alma. Lo sapete già com’è fatta. Non sapete, però, che non ha tante amiche. Quelle due ragazzine che vedete infatti sono le sue amiche. O meglio quelle vere, di cui si fida, con cui sta bene, e non ha bisogno di dire tante parole per farsi capire, basta uno sguardo. Loro sono semplici, ed è per questo che le adora, non sono esagerate, sembrano quasi anonime, eppure a lei piacciono, tanto, forse non si può neanche immaginare quanto. Ginevra ve l’ha già fatta conoscere, è molto simile a lei, sono quasi identiche, da sembrare sorelle se viste di scappata: entrambe con quei capelli castani, che Ginevra forse ha di una tonalità leggermente più scura, lisci lisci, come spaghetti, gli occhi scuri, il corpicino minuto, le ciglia lunghe, su cui Ginevra passa sempre il mascara rubato alla mamma. Anche nel carattere sono molto molto simili, entrambe hanno questo senso di responsabilità che i professori tanto lodano, senso cinico, quasi cattivello, e una simpatia unica. Regina, invece, è l’ultima arrivata tra le amiche. Bionda, con i capelli che si appoggiano dolcemente sulle spalle, gli occhi verdi, simili a quelli di un gatto. Il suo carattere è piuttosto spigoloso, eppure quegli spigoli si incastrano perfettamente con quelli di Alma e Ginny.
Non la possiamo proprio togliere questa introduzione?! No eh?! Orribile, veramente. Con chi parlo quando faccio queste inrodution? Con la regia. Chi è la regia? Non importa. Oggi non vi voglio parlare di me e le mie amiche, non è molto interessante. La cosa interessante, invece, è papà. Ora vi spiego anche il perché. Papà non c’è molto spesso quando vengono le mie amiche, perché di pomeriggio lavora, e di sabato e domenica non esco con le mie coetanee, per godermelo un po’. Quindi vede le mie amiche in modo sporadico, diciamo. Non sa minimamente i loro nomi, o almeno, li sa nel suo profondo, ma se li dimentica spesso e li storpia. Benedetta? Beh, per lui è Beatrice. Che poi, non ho amiche con questo nome. Gioia? Giulia. Ma queste sono mie conoscenti, quindi non ci faccio neanche più caso. Per quanto riguarda le mie due socie, se li ricorda i nomi, specialmente per quanto riguarda Ginny, solo perché è amico dei suoi genitori. Per Regina la storia è stata più complessa: per papà lei era Rebecca, e lo è stata per tempo, fino a qualche mese fa. Lui però si impegna, e appena è libero ci porta ovunque: concerti, in centro Milano per fare shopping, al cinema, al MC… ovunque.
Bene, oggi è una giornata qualunque, un venerdì pomeriggio come altri, e mi devo vedere con Regina. Il problema? Sono con papà. Inizialmente non volevo vederla, stavamo per rimandare, dato che sono in ufficio con papi, ma lui ha insistito per portarmi durante la pausa pranzo. Quindi, come avrete intuito, ora stiamo salendo in macchina per raggiugerla. Andrò a casa sua, giornatina easy, a guardare un film, o a farci male con lo skate, nel suo vialetto.
Sono esattamente 3, o 4 anni, che vado a casa di Regina, ma papà non sa ancora dove abiti, e lei è sempre stata lì, non si è mai mossa. Il punto? Neanche io so il suo indirizzo, e non lo saprò mai, è di prassi tra amiche… no?! Ci sono degli argomenti assolutamente innominabili: indirizzo di casa, cognome della madre, colore preferito. Avete capito insomma. Mamma sa raggiungere casa sua anche ad occhi chiusi, e io non mi sforzo di imparare la strada, quindi non la so, specialmente se il punto di partenza è l’ufficio e non casa mia. Ora, io dico, papà dovrebbe sapere l’indirizzo di casa della mia migliore amica, come quello della mia scuola. Non potrò mica saperlo io?! Non guido eh. Comunque sono circa 20 minuti che discutiamo su come si chiami quella cittadina, a mio parere orribile, della Brianza, poco distante da Milano, in cui abita la mia compare, il papà dice una cosa, io ne dico un’altra, ma entrambe, ho il sospetto siano sbagliate. Ora voi, giustamente, vi starete chiedendo perché non chiedo direttamente alla padrona di casa. Beh, la padrona di casa non risponde ai miei messaggi, alle mie chiamate, quasi quasi le mando un fax, magri mi calcola. Le ho scritto su WhatsApp, su Insta, l’ho chiamata, ho fatto di tutto, ma niente. Potrei mandarle un piccione viaggiatore, ma non arriverebbe per tempo. L’unica soluzione è chiamare mamma, che prima insulterà me perché non so la strada, dandomi della rimbambita, e poi il papà perché dovrebbe saperla, come la sa lei.
“Chiamo la mamma” dico, arrendendomi al fatto, che senza il suo aiuto, non arriveremo mai a destinazione. Il papà che è intento a provare a ricordare il nome di quel posto abbastanza desolato, spostandosi velocemente su Google Maps, risponde veloce “No! Non ci provare, altrimenti sgrida entrambi”. Roteo gli occhi guardandolo come il più severo giudice di obbligatori, sapendo che tra poco cederà. La posizione della mia amica non aiuta, perché è in periferia, quindi fuori dal mondo, vicino a quei pochi campi che ci sono in queste zone. Non poteva abitare di fianco all’ufficio?! O di fianco a casa mia, ancora meglio. No, lei doveva abitare nel nulla.
Cosa avevo detto? Papà ha ceduto, e stiamo attendendo che la mamma risponda. Era soltanto questione di minuti, pochi: deve tornare al lavoro e anche velocemente, se non vuole saltare la ricca pausa pranzo che lo attende oggi. Quei “tuuuuuuuuuuuu” snervanti, rimbombano nell’auto, mentre girovaghiamo un po’ a caso, fino a quando la mamma non risponde.
Come di prassi ci ha dato dei rimbambiti, poi ci ha descritto con attenzione la strada. Ora sono davanti a casa di Regina, e lei è lì fuori che mi attende. Scendo dal veicolo salutando papà. “Alle 18.00. Ok?” Annuisco, mentre entriamo in casa, e lo salutiamo, e lui se ne va.
Casa di Regina è molto grande. Ha un enorme giardino, bello verde, rigogliosi, pieno di alberi che ci fanno ombra durante queste giornate afose, il nostro preferito è una specie d’acero, che rispetto ai suoi simili è bello robusto, e ci garantisce un appezzamento di terreno alquanto notevole fresco. I fiori non sono molti: c’è una rosellina rosa, che fiorisce sempre puntualmente a Maggio, mai prima e mai dopo, poi in un angolino ci sono dei tulipani, gialli e rossi, come lo stemma dei Grifondoro, non ricordiamoglielo (è una serpeverde), e poi qualche gerbera colorata. Dietro la villa c’è un bel vialetto, quello in cui, come vi dicevo prima, andiamo in skate, e non avete idea di quante ginocchia sbucciate, è ordinario: si va a casa sua e ci si rovina una gamba. La casa dentro è molto semplice, c’è la cucina, con un tavolo bello grosso, la sala dove riposa il divano pieno di cuscini particolari e la tv dove si guardano le migliori serie, qualche quadro qua e là, il bagno. Poi, signori, c’è lei, la camera di Regina: il letto è gigantesco, sempre ricoperto da lenzuola morbide, di una rosa pesca straordinario, la scrivania sempre ordinata, a differenza della mia, con la lampada che cambia colore con cui gioco sempre, e poi ai piedi del letto c’è Mandy, un fenicottero di peluche gigante, che le ho regalato io un po’ di tempo fa; sparse sulle pareti ci sono un po’ di foto, alcune di quand’era una nana malefica e lacune recenti, molte del mare.
“Comunque sei arrivata in ritardo, non è da te” Mi ricorda la mia amica mentre beviamo una Fanta (che non è buona ma è tanta, perla del giorno), appoggiate all’acero. Io le spiego che ero con papà, e che lei abita in un posto troppo sperduto per ricordarmi come ci si arrivi. “Poi ti ho scritto tipo 24 messaggi, e non mi hai risposto” Predico severa, mentre lei mi guarda ridendo per la storia che vi stavo dicendo. “Avevo il telefono sulla scrivania, ed ero sdraiata sul letto a guardare The100. Sai, dovresti guardarla” Lei e la sua ossessione per le serie, me lo avrà ripetuto almeno 10 volte, solo oggi, di guardarla, ma questa soddisfazione non gliela do, perché ha ben 7 stagioni, e sono troppe per me. “Dai è possibile che tu non sappia arrivare a casa mia?!” Mi prende in giro dandomi una piccola spintarella, che mi smuove un po’ “Te l’ho detto, abiti in un posto troppo sperduto” Mi giustifico, continuando a sorseggiare la mia bevanda, con parsimonia, come se fosse un medicinale cattivo. “Ma se tu prima abitavi nel deserto del Sahara” Vero, assolutamente vero, il paesino in cui abitavo era ancora più desolato di questo posto, ma da quando sono a Milano ho completamente scordato come si faccia a raggiungere posti sperduti, mi sono abituata in fretta ad imparare le fermate della metro, e ad attraversare velocemente in mezzo alla massa. “Lo so, lo so. Ma da quando sono a Milano, zia, non riesco più ad orientarmi nel nulla”, mi guarda e scoppia a ridere, prendendomi in giro, per come, in pochissimo tempo sia diventata una perfetta abitante di città.
Solitamente, quando c’è la mamma, mi arrivano più o meno 30 messaggi per chiedermi se va tutto bene, se mi sto divertendo, dove siamo ecc… a cui io mi limito a rispondere con: “Tutto ok, ci stiamo divertendo. Ti saluta”. Invece, con papà neanche uno, se non la foto del piatto di risotto che si è cucinato in ufficio, mentre io mangiavo la piadina, condivisa con Neville, il cane di Regina, un bellissimo segugio, dalle orecchie enormi, con i baffetti che il tempo aveva reso bianchi. Per papà potevano anche avermi rapita, che non mi avrebbe mandato neanche un messaggio, per non disturbarmi. Perfetto se ci pensate. L’unico messaggio è sempre quello di ritardare il suo arrivo, che lui accettava. E così è stato questa volta. “Ti prego, ti prego, ti prego!” Chiedo gentile, con la voce da lecchina al telefono, “Mamma ci sgrida” risponde sbuffando, ma non demordo, ed interviene la mia amica: “Dobbiamo finire la stagione, manca una puntata”. Le nostre vocine carine lo hanno fatto cedere, e arriverà alle 19.00. YEEEEEE!!! E’ per questo che le mie amiche sono sempre felici quando è lui a venirmi a prendere, perché c’è massima libertà. In tutto questo al telefono abbiamo omesso una cosa, che scoprirà tra più o meno venti minuti, intanto.
Infilo le scarpe, infilando le stringhe tra il piede e la suola, per non allacciarle. “Domani al MC, alle 13.00. Ok?” Ricordo a Regina, che annuisce felice “Quello di Piazza San Babila e poi giro?” Confermo, il giro del sabato in centro è sacro. La saluto, e quando mi avvicino alla macchina vedo gli occhi di papà spalancarsi, come se mi avesse appena visto tagliare la pizza da sola. Beh, ecco vedete, la cosa che avevamo omesso era un ginocchio completamente aperto, squartato in due, disinfettato e fasciato rudimentalmente. Volevamo provare un trick fantastico, ma non è andata come speravamo… ops. “Ora chi la sente tua madre” esclama, vedendosi già in cucina, con la mamma disperata, neanche fossi morta. Noi ridiamo per l’esclamazione e ci salutiamo. In macchina mi sa che dovrò spiegargli come ho fatto ad autodistruggermi come una bambina dell’asilo.
E così è stato. Salita in macchina, dopo aver messo la nostra playlist, mi è toccato spiegargli tutto. “Avete disinfettato tutto?” Chiede preoccupato, o almeno finge di esserlo, per evitare che dica alla mamma che non si è nemmeno allarmato, “Certo, Regina è un’ottima infermiera” Sorrido per via di quello che era successo. Appena dopo che mi sono squartata in due un ginocchio, siamo corse in bagno, gocciolante di sangue ovunque, a fatica ci sono arrivata, abbiamo aperto l’armadietto dedicato alle ferite e mi ha disinfettato. Un bruciore assurdo quel disinfettante, in più ha la delicatezza di rinoceronte, anche se non sembrerebbe dal suo viso angelico. Finito di scambiarci qualche insulto, mi ha fasciato, con una garza giallo ocra, l’intero ginocchio. Per questo è riuscita a convincermi sulla serie da guardare. “Mh… ha un futuro” La prende in giro papà, alludendo alla medicazione, a dir poco, penosa.
La mamma ci ha sbraitato contro a nostro ritorno? Affermativo. Il mio ginocchio? In condizione pietose. Papà? Sul divano a guardare Quattro Ristoranti, lamentandosi del fatto che i concorrenti siano troppo cattivi l’un con l’altro.
Che dire. Alla prossima. Saluta anche papà.
