Capitolo IV
E se non ci son ladri, se non c’è mai la guerra
Forse è proprio l’isola che non c’è, che non c’è
[…]
Niente odio né violenza, né soldati né armi
Forse è proprio l’isola che non c’è, che non c’è
Ma ti immagini Riccardo? Ma se lo immagina il Mondo, una terra dove tutto è perfetto, dove i demoni dei nostri giorni sono chiusi in un armadio che non si può aprire. Una terra dove non c’è da avere paura nelle strade buie, dove non ci si odia per così poco come si fa su questo Pianeta, dove le persone si portano rispetto a prescindere da un’etichetta stupida. Ecco l’Isola che Non C’è. L’Isola dove i Sogni di tutti sono legge, e non un rimorso chiuso nel famoso cassetto.
“Rockstar? Sei ancora fra di noi?” Mi carezza i capelli lunghi e lisci, lasciandomi sognare per ancora qualche minuto. “Non credo. Stavo immaginando l’Isola che Non C’è”. La Luna è ancora alta nel cielo, sembra brillare di più, ma le sue amiche stelle proprio non si vogliono far vedere. “E com’è la tua Isola che Non C’è?” Rimango a pensarci ancora per qualche minuto, con la chitarra sulle gambe e i sogni in alto vicino alla mia amica che brilla tanto. “E’ una Terra dove non esiste il termine devi portare rispetto, perché con quest’ultimo ci nasci, e lo hai nel sangue, fa parte di te, ed è naturale. Non ci sono etichette, perché sai, non fanno altro che dividere le persone, e in più mi danno fastidio, perché, insomma, io non sono una parte del discorso in un’analisi grammaticale o logica, sono una persona, e sono troppe cose per essere etichettata. Poi è un posto colorato, a volte rosa perché tutti sono gioiosi, a volte grigio perché il cielo piange, ogni tanto anche verde, ma non per l’invidia, che non si conosce, ma per la speranza, che tutto continui ad essere così bello.” Mi interrompe, mentre io, senza rendermene conto, ho portato la testa all’insù, come se ci fosse qualcosa da vedere oltre che un soffitto bianco “E il giallo? Il giallo c’è nella tua isola?” bel colore eh, ma troppo acceso per me, per una Camilla che spesso passa inosservata senza il suo strumento sulle spalle. “Certo che c’è, quando le persone sono felici, magari durante le feste. C’è anche il rosso, perché la rabbia esiste anche qui, ma è rabbia buona, un’ira che ti porta a scoprire qualcosa di nuovo. La voglia di rivalsa che ti porta a prenderti quello che ti spetta, la forza che ti fa affrontare un dolore grande” Forse sogno troppo, forse la rabbia non può essere sana. “E tu? La tua Isola? Com’è?” Risulto così bambina, non mi stupirei se mi dicessero che la mia voce è anche più squillante del solito. “Non ci ho mai pensato” E’ tranquillo mentre me lo dice, sdraiato sul divano, con una felpa blu, slacciata “Impossibile, con tutti questi libri qui, è impossibile che tu non abbia mai pensato a come dovrebbe essere la tua Isola che non C’è. Alcuni li ho letti anche io, e quando li finisci, wow, sei in un altro mondo, pensi per giorni, a tutto, e anche a questo, secondo me.” Sorride beffardo, forse ha una risposta già pronta. Ah Riccardo, voi pensatori le avete lì in saccoccia, e aspettate solo qualche ragazzina sognatrice che vi faccia la domanda opportuna. “Be’. La mia Isola? Intanto c’è il mare, perché dove c’è il mare c’è spensieratezza, gente felice e poesie da scrivere. Poi pensare non è da strani, o da persone con tanto tempo da perdere. Pensare lì è la via di fuga, una salvezza, anzi, quasi l’unica salvezza, perché tutto il resto lo lascerei uguale a questo Mondo. Perché togliere il marcio, a volte, vuol dire creare un’ideale irrealizzabile. Il mondo perfetto, mia Camilla, non esiste” Wow, Rick, per te il pensiero e per Pirandello la follia, due vie di fuga complesse per l’uomo. “Ma appunto, quest’isola non esiste”.
Quante volte oggi ho detto che non avevo tempo per pensarci, e ora mi sento in colpa. Lui veramente riesce a pensare durante quel casino che chiamiamo creare una band? Allora mi faccia sapere come fa, perché a me risulta impossibile. E’ come fare un’espressione mentre qualcuno detta un numero di telefono. Non si può tenere il conto. E qui non si può non perdere il filo. Il discorso che avevi in mente cade, si sgretola e piange per essersi fatto male senza neanche essersi espresso. Ah al diavolo, in questo lui è più bravo di me. E’ così silenzioso da far paura persino a me, che spesso non spiaccico neanche una parola in casa. Eppure, quelle poche volte che parla ti sorprende. Ah, se solo Ilaria lo capisse.
Ilaria. Ilaria? ILARIA ODDIO! L’ultima volta che l’ho sentita è stato prima di uscire, e ora sono più o meno… LE 3 DI NOTTE! Non posso chiamarla. La chiamerò domani, spero solo che non stia chiamando Chi L’ha Visto.
Point of view Ilaria
Sento la porta di casa aprirsi, e dei passi leggeri arrivare fino alla mansarda. Il sole oggi non è caldo come ieri, l’aria fresca arriva dalla piccola finestrella, tutta impolverata e senza tende. Milano oggi non so se proprio sorride, per quello ci vorrebbe… “Ciao! Che ci fai quassù? Ti ho cercata per metà casa” Camilla! Ah ah, amica mia, non dirmi bugie, lo sai che ti conosco, tu senti quando qualcuno si muove per casa, e riesci a riconoscere chi è e dov’è, non come me che non riconosco neanche i tuoi passi dopo anni. “Prendevo due o tre misure. Sai per voi, per suonare, ci ho ripensato. Non so cosa vi serva, però credo che lo spazio basti, almeno per gli inizi. Poi magari in un futuro cambierete posto” Mi guarda mentre sono chinata a misurare l’ultima parete, avendo dimenticato chissà dove i disegni della casa. “No, Ila, stai tranquilla, casa di Riccardo è perfetta, poi abita da solo e non disturbiamo nessuno. Sai la sala prove è molto bella, siamo riusciti a far entrare la tastiera, una batteria, lo spazio per far muovere un cantante vicino all’asta per il microfono, e… ah… la chitarra e il basso dobbiamo tenerceli in braccio, ma ora risistemiamo bene” Mi immagino una bella sala, con quei poster che piacciono a Milla, la sua chitarra rossa fuoco, e il basso di lui, che chissà se si abbina, altrimenti lei andrà fuori di testa. “Ah, va bene, ma sappi che se vuoi far venire qui Riccardo per suonare, questo spazio è vostro” Sorride e mi abbraccia.
Milla è molto apatica, non mi abbraccia quasi mai, non si dilunga in discorsi smielati per dirmi quanto tiene a me, è raro persino che mi dica un ti voglio bene, ma ormai la conosco, e so che a lei basta un sorriso sincero e i fatti per dimostrare tutto. Lei è la classica amica che si disfa per te, senza andarlo a raccontare, senza mai fartelo pesare. Certo, qualche volta mi piacerebbe ricevere un suo abbraccio un ti voglio bene, al posto di un buongiorno cretina, ma lei è fatta così, e non so neanche se mi piacerebbe in un altro modo. E’ bello quando mi fa ridere mentre sono presa dall’ansia pre esame: si mette seduta sullo sgabello accanto a me, racconta di come fa fatica ad imparare le poesie, o di come era noiosa l’autrice intervistata per il suo blog, e tutto mi sembra più tranquillo. Ma fosse solo questo. Camilla anche quando è a pezzi non lo dà a vedere, affronta tutto a testa alta, a volte fa fatica e finisce per cadere, ma si sa rialzare. Mi sento quasi inutile quando vedo che ha bisogno, perché in fondo, essendo abituata ad affrontare tutto con tanta forza, io sono impotente. Per quanto mi faccia dannare, per i suoi duecentomila ragazzi, i tatuaggi nascosti fatti per puro divertimento, e la chitarra amplificata ad un volume imbarazzante, è la mia quotidianità, è la persona con cui condivido le giornate, e non posso che dire che è magnifica e speciale in tutto quello che è.
Point of view Camilla
“Pausa. Bravi, riproviamo l’attacco e poi passiamo a Back in Black. Ho bisogno di un break”
Simpatiche ed intrepide goccioline scendono per la mia fronte, scivolando sul mio viso stanco. L’aria condizionata sembra non riuscire ad uccidere il caldo torrido di Milano. Il cemento è rovente, e calpestato da pochi intrepidi turisti, ben determinati a vedere questa meravigliosa città, e la sua Madonnina, che sembra patire anche lei questa afa. La città è impraticabile, se non tra, almeno, 3 ore, quando il sole rosso del tramonto sceglierà di andare a riposarsi e lasciare spazio alla mia amica Luna. Il Naviglio torbido riflette dei raggi di luce caldi, che portano i ragazzi a bersi grandi granite colorate per rinfrescarsi. Le ragazze sfoggiano shorts da fare spavento, e abitini il più scollati possibile, da brivido. Le signore sventolano ventagli colorati, dalle fantasie più improbabili. I bambini sguazzano all’Idroscalo, seguiti da genitori esausti che aspettano le ferie per staccare da quella trappola che è il lavoro. Gli occhiali da sole appoggiati sulla mensola all’ingresso si staranno riposando, dopo l’utilizzo compulsivo di questi giorni.
“Vado a prendermi un ghiacciolo. Voi? Che colore?” Chiede Riccardo sorridendomi, togliendosi il suo basso scuro dalle spalle, ormai segnate da una scottatura presa la settimana prima in piscina, per non aver voluto mettere la crema. “Azzurro non c’è vero?” Domando retorica, ancora intenta a sfogliare gli spartiti disordinati, sparsi all’interno di una cartelletta. Ho sempre amato il ghiacciolo blu, quello all’anice. Un gusto particolare che piace a poche persone, o come dice Ilaria, solo a due pazzi: io e mio padre. Ricordo le giornate sulle spiagge bianche della Sardegna, nello stabilimento Sabbia D’Oro, che nome scontato, con la sabbia fine sotto i piedi e sulle mani occupate al levigare una fortezza. Papà si spingeva fino al chiosco, e tornava sempre con tre ghiaccioli: uno rosa per Ila e quelli blu per me e lui. Erano anni felici, con poche preoccupazioni, perché, in fondo, a 8 anni, cosa ti può preoccupare? Registrare le puntate dei cartoni animati, finire i compiti delle vacanze e avere quel giocattolino nuovo. Erano tempi veramente belli. “Sì, li ho presi solo per te. Puoi dirmi dopo che sono fantastico.” Roteo gli occhi davanti al suo sorriso sornione, e lo lascio a gongolarsi nelle sue manie da egocentrico “Quindi per te azzurro? Ragazzi? Verdi? Vi prego ditemi di sì, mi rimangono nel freezer” i ragazzi annuiscono all’unisono, sottomessi dallo scontroso ragazzo che pone la domanda. Rick sparisce dietro a porta e io torno a sprofondare negli spartiti dei pezzi nuovi. “Vuoi veramente farlo? Per sabato? Non ce la faremo mai” Un Edoardo noioso e preoccupato guarda d a dietro di me i miei appunti, in disaccordo con le mie scelte, per lui troppo azzardate. “Ovvio. Se continuate con queste lamentele convengo con te” Rispondo acida e accaldata, cominciando a raccogliere i capelli in una coda precisa, tirata, come quella di Ariana Grande, più o meno, insomma l’idea è quella. “Dai Cami, siamo a giovedì, credi seriamente di poter sistemare il disastro di ieri?” Torna all’attacco più sicuro di prima, scrutando con occhio critico la mia indifferenza “Sì, penso di poterlo fare, se non ce la facciamo oggi, vorrà dire che domani mattina proveremo di nuovo” Vengo interrotta da un Riccardo sbalordito, con in mano 5 ghiaccioli, tra cui il mio, che si distingue da tutti gli altri “Mattina? Cosa? Qualsiasi cosa sia, ce la facciamo oggi, o al massimo domani pomeriggio”. Riccardo si sveglia più o meno alla mezza ogni mattina, e si direbbe, beato lui che può, eppure rimane in coma per tutto il pomeriggio, svegliandosi bene verso le 19.00, quando si è fortunati. “Mi sa che ci sarà da fare mattina, pomeriggio, e azzarderei la sera. E’ un disastro quel pezzo”.
Edoardo. Oh pessimista Edoardo. Lui è il nostro batterista. Due bicipiti grossi come mele, ricci scompigliati castani, che gli coprono gli occhi, quasi sempre legati in un codino, per poter vedere quello che deve suonare. Ha l’animo di Leopardi e più o meno la stessa voglia di vedere la vita futura. Beve solo succhi d frutta, niente tè alla pesca, o limone che sia, niente Coca Cola e altre bibite del genere. Solo succhi di frutta. Odioso! Per altro preferisce che siano alla pera! Ma dai, quale rockstar amava i succhi di frutta alla pera, senza zuccheri? Ha il sangue freddo di un chirurgo, da lui non traspare mai alcuna emozione, se non qualche volta, appunto, la tristezza, o malinconia che sia. Sì, oltre a lui ci sono altre new entry nella band, che finalmente è completa. Nicolò e Lorenzo, rispettivamente voce e tastiera. Due burloni, se non vogliamo chiamarli imbecilli (perché imbellono chiaramente). Gli occhi azzurri, furbi di Nico provano a convincermi ad ogni prova ad interrompere prima, per poter scappare sul divano a guardarsi i giochi prima del telegiornale, da quelli di Gerry Scotti, a quello di Rai1, ne è ossessionato. E indovinate? Lorenzo, che sotto a quella carnagione abbronzata tiene un odio profondo per le manie della nostra voce, si spinge a staccare la tv, proprio mentre lui si fionda in sala, lasciando la sala prove in mano a me ed Edoardo, e proprio raramente a Rick, che spegne l’aria condizionata. Ecco, loro sono l’opposto di Edo. I succhi di frutta? Neanche sanno cosa sono. Quando stanno leggeri bevono una delle birre prese a scrocco dal frigo di Riccardo, e se siamo fuori alla sera non vi dico neanche come tornano a casa.
Parlavo della sala prove, e posso dire che ora è veramente sistemata. L’abbiamo ridipinta tutta io e Riccardo, in un pomeriggio di maggio: abbiamo coperto il pavimento, e poi, come nei film, salopette per me e tuta per lui, e la vernice piano piano era sulle pareti. Ok, forse non avevo la salopette, ma dei suoi pantaloncini rovinati, perché usare anche un solo capo del mio armadio sarebbe stato un reato, ma per il resto è uguale. Le pareti sono bianche, candide, quasi da dare fastidio, non sia mai di un altro colore. “Ti prego disegniamoci qualcosa, sembrano le pareti di una stanza di ospedale” Era iniziata così la discussione, io lo pregavo per un graffito e lui impassibile mi diceva di no “Eddai, qualcosa con la bomboletta, molto street art. Ti prego” Scuoteva la testa in disappunto, mettendo a posto le tolle di vernice “Poi cosa vuoi farci? Non abbiamo neanche un nome per questa band” Quella volta stetti zitta, perché effettivamente, anche se mi duole dirlo, aveva ragione. E’ una sala prove a tutti gli effetti adesso. E’ insonorizzata, così possiamo suonare anche alle 4 di notte, e gli strumenti ci stanno tutti comodi comodi. Siamo riusciti anche a mettere dentro un’altra chitarra, nel caso ci si palesasse l’occasione di avere un altro chitarrista. La chitarra che c’è è la mia vecchia, quella rossa fuoco, che mi ha accompagnato negli anni delle superiori, durante lo studio frenetico prima della Maturità, e per i primi esami dell’Università. Ora la mia chitarra è nera, perlata, magica, si abbina anche al basso di Riccardo, che è rimasto lo stesso, opaco e cupo, come l’inverno a Milano.
“Forza al lavoro, sono quasi le sei e mezza, fuori il sole sta tramontando, e non mi sembra che questo pezzo sia a posto” Prendo nuovamente la mia cara e fidata chitarra, dalle corde giovani e vogliose di suonare “Oh tra mezz’ora…” Interrompo ancora prima che possa finire la frase, perché so dove vuole arrivare Nicolò “Scordatelo, le prove sono più importanti di Caduta Libera” Mette il broncio e si sistema davanti all’asta del microfono, sfogliando tra i testi dei pezzi nuovi per cercare quello che gli occorre. Il sole fuori è rosso, e il caldo sta smorzando, tra qualche minuto sarà possibile uscire senza sciogliersi. Penso alla cena che mi aspetta a casa. E a pensarci non so cosa ci sia da mangiare, probabilmente nulla, a meno che Ilaria non mi abbia lasciato qualcosa da scaldare.
Le giornate senza la mia coinquilina passano così: senza programmi, orari, e con qualcosa di surgelato come pasto, che finisco per avanzare. Sono anni che abito senza i miei, ma non ho ancora imparato a cucinare qualcosa che non sia pasta, o bistecca alla piastra. Mi ritrovo sempre tra le corsie del supermercato a cercare qualcosa di pronto, che prima mi degnavo di togliere dalla confezione e mettere in uno di quei piatti azzurrini che ad Ilaria piacciono tanto, ora neanche mi si presenta l’idea di fare una cosa del genere. Faccio fatica pure ad aprire le finestre per fare entrare la luce naturale, che preferisco di gran lunga alle lampadine che si fulminano ogni due per tre, inserite in quei lampadari di design che piacciono alla mia amica, e che a me sono del tutto indifferenti. La casa potrebbe anche cadere quando sono da sola, che io non mi sposterei dal divano, non lascerei la mia serie del cuore, la vaschetta del gelato, e il mio libro del cuore.
Il portone del mio palazzo sbatte, rimbombando per tutte le scale, chissà i vicini al piano terra come lo sentono: giorno e notte, la sera dopo i miei aperitivi e la domenica mattina, quando papà mi viene a trovare. La pianta del pianerottolo inizia a seccarsi, le foglie cadono, e nessuno le pulisce, anche perché toccherebbe per forza a noi, essendo le uniche all’ultimo piano. Il vaso chiaro mi ricorda le pareti della mia amata sala prove, che però non è sporca di terra che non vede un goccio d’acqua dal 5 Maggio del 1821, quando Napoleone ha lasciato questa Terra, con l’obbligo a noi postumi di dichiarare se è stata vera gloria… be’ in realtà quel peso ce lo ha lasciato Manzoni. Apro la porta distrattamente, appoggio le chiavi all’ingresso, insieme agli occhiali da sole, e porto la chitarra su in camera. Sento della musica da camera di Ilaria, che dovrebbe essere fuori con le sue amiche dell’Università, quindi mi affaccio per vedere se c’è, o si è solo dimenticata la cassa accesa. “Hey” Ilaria mi saluta, mentre sistema la sua borsa di fiducia, mettendoci dentro cerotti, nel caso io cadessi per terra come una bambina di 4 anni e le chiedessi di aiutarmi con la sbucciatura sul ginocchio, fazzoletti, perché servono sempre, e un lucida labbra tenue, per non dare nell’occhio “Non dovevi essere via?” Chiedo sfacciata mentre lei mi sorride gentile. “Sì, ma abbiamo rimandato” Nella sua voce sento lo sconforto di chi ha appena ribaltato i piani della sua serata, e si accontenterà di qualcosa surgelato insieme alla coinquilina scansa fatiche “Ti va se ci mangiamo una pizza?” Propongo speranzosa, dato che l’ultima cosa che ho voglia di fare è magiare una bistecca ti tacchino fatta ai ferri, che mi fa sentire in ospedale più delle candide pareti bianche della sala prove “No, Milla” No? Solo no? “Ma come è giovedì! Stacchiamo un attimo da questa settimana assurda. Rimandiamo a domani se proprio oggi sei occupata!” Rimango scioccata, appoggiata allo stipite della porta, un po’ delusa dalla risposta, che di certo non mi aspettavo “Vedi, io ed Elia siamo d’accordo per uscire, e anche domani non posso. Dai sarà per la prossima. Puoi invitare i ragazzi”
I ragazzi? I ragazzi non sono lei. Gli voglio bene, ma non li conosco da quando sono nata, non mi cucinano quei sofficini che tanto odio, che però mangio da almeno 3 anni il mercoledì sera, e non mi sgridano se sto scomposta a tavola, non mi danno regole, non mi fanno sentire nella mia casetta. Non sono dei generali, non mettono in ordine i cuscini quando si alzano, e non mi mettono il gelato nella mia ciotolina preferita, quella con sopra cucciolo, tutta verde. Loro non sono lei. Questo basta. Non sono la ragazza di cui mi fido ciecamente, la ragazza a cui ho dato mille consigli, la ragazza che anche tra un milione di persone riuscirebbe a trovarmi. Non sono l’amica che conosce l’ordine in cui ho i libri sulla libreria, o quello dei miei amati vinili. Non sono la coinquilina con cui ho arredato tutta casa, e con cui ho annaffiato poche volte l’anno la piantina del pianerottolo. Loro non sono la persona di cui ho bisogno stasera, in questo periodo pieno. E lei non sembra capirlo.
“Milla esco, tornerò per le 23.00. In cucina ti ho lasciato una bistecca, la puoi fare alla piastra, oppure se ti ricordi come si fa, mettici il sugo, come ci ha insegnato la nonna. Mangia mi raccomando. Chiudo giù. Come ti ho già detto, puoi invitare chi vuoi, i bicchieri più belli sono nel secondo armadietto da destra.” Ascolto le sue spiegazioni, o meglio le scuse per sentirsi a posto con la coscienza, sdraiata a pancia in su nel letto, con lo sguardo fisso sul muro, le mani conserte in grembo. Sembro morta, la bocca stretta in un ghigno, e lo sguardo perso. La sensazione di essere diventata seconda ad Elia. Che cosa orribile. Vorrei solo chiudere gli occhi e arrivare nella mia Isola, quella che quando tutto andava male, ho immaginato con Riccardo. “Ciao Mimì” Il mio soprannome. Quello di quando eravamo piccole piccole.
“Mimì! Mimì! Aspettami dai! Voglio venire anche io” Sentivo la sua vocina squillante dietro di me, a un po’ di passi di distanza, doveva essere rimasta ben indietro mentre correvo. Salivo veloce veloce lo scivolo di quel parco, vicino al mare, con la salsedine che si sentiva concentrandosi appena, e la sabbia portata dai bambini provenienti dalla spiaggia adiacente. Dalla cima di quel gioco le palme sembravano un pochino meno alte, e il futuro lontano. “Allora muoviti” Il mio vestitino bianco a balze si muoveva leggiadro, elegante, come nient’altro nei dintorni, a parte la gonnellina nera di Ilaria. “Eccomi eccomi! Potevi aspettarmi!” La zittii, presi la sua mano, e insieme scendemmo. Poi la lasciai, per correre verso papà, che mi guardava sorridendo, chissà con quali aspettative per il mio futuro. “Cami! Cami! Guarda” Il suo ditino esile indicava un aereo, e quello fu l’inizio di una serie di discorsi infiniti, su quanto sia bello volare, e di quanto siano morbide le nuvole, eccetera eccetera.
Point o view Ilaria
Milano è tra le braccia di un crepuscolo romantico, che fa brillare le prime stelle. Le coppie si tengono per mano, come facciamo io ed Elia, lasciando calare il silenzio, in questa città che per me è sempre troppo rumorosa, trafficata, e… chissà quante altre cose. Milano è semplicemente troppo per me. Non lo è di certo per la mia coinquilina, che ci abita dall’inizio dei suoi, conosce le sue strade a mena dito, e che capisce anche se sta sorridendo o meno. Grandissima cavolata quest’ultima. Tutta una scusa per non studiare. Io ed Elia camminiamo verso il solito ristorante, quello sui Navigli, in cui siamo andati al primo appuntamento. Quando io non ero ancora una studentessa disperata alla ricerca di una laurea ancora distante, e lui un terribile amante dei corti sui problemi sociali.
“Ciao, scusa per il ritardo, ma sai, mi sono fatta accompagnare dalla mia coinquilina, e ovviamente i ha fatto ritardare” Sorrido imbarazzata, spostando una ciocca di capelli dietro l’orecchio, ornato dai miei due orecchini brillanti, quelli che mi aveva regalato la zia per Natale “Figurati. Ma se avevi bisogno ti passavo a prendere” Gentile come poche persone nel mondo, mi porge un mazzo di fiori: dei girasoli, gialli come il sole e belli come quelli di Van Gogh, di cui Camilla mi ha raccontato per circa 2 ore ieri. E’ più forte di me: penso alla mia amica sempre, anche ora che sono fuori a cena con un ragazzo d’oro, e che si farebbe in 4 per me, ma in fondo Camilla, in questa città enorme, e a me un po’ sconosciuta, è l’unica certezza, l’unico appiglio, il posto che conosco, quello che c’è sempre in caso di emergenza. “Architettura? Interessante. Come mai? Qualche passione particolare?” Io non ho mai saputo cosa volevo dal mio futuro, né quand’ero piccole, né quando ho scelto architettura. L’ho scelta perché fra le tante era quella che più mi piaceva, quella che mi sembrava adatta, insomma ero a corto di idee, e fare l’architetto non mi sarebbe dispiaciuto. Avendo a mio fianco una ragazza sicurissima delle sue scelte mi sono sempre sentita in difficoltà persino a scegliere di che gusto prendere il gelato. “Perché mi piaceva, e nulla di particolare come passione”. La candela davanti a noi si è spenta da almeno venti minuti, ma il tempo è volato troppo in fretta e a noi non è bastato. “facciamo un giro” Propone appena fuori da quel ristorante, che non ha nulla a che fare con quelli in cui va Camilla, appena aperti che cucinano solo cose che a lei non piacciono, ma sai, dice che per stare in un posto bello è disposta pur a non mangiare “Sì, ma fai tu da guida, di sicuro sei più esperto”.
Sono passati circa 3 anni da quell’appuntamento, e io ed Elia siamo cambiati, ma il ristorante in cui andiamo è sempre quello. Camilla non fa altro che dirmi che sono terribilmente abitudinaria, ma insomma, se ci si trova bene perché cambiare. O forse, la verità è che non cambio perché ho paura di stravolgere le mie certezze, cosa che, invece, la mia coinquilina sa fare benissimo. Sarebbe capace di prendere e andare in Perù ad allevare alpaca su quelle montagnole buffe ed alte, senza portarsi dietro alcun amico, senza sapere la lingua. E’ sveglia e si sa adattare.
“Lo so che ti dispiace, è normale, ma qualcuno le deve aprire gli occhi. Non ha più 15 anni” Freddo come non mai, Elia continua a ripetermi queste cose, a ripetermi che dovrei distruggere i sogni della mia più grande amica, e da un lato posso anche capirlo e gli do ragione, ma in fondo, Camilla è la persona che più mi capisce a cui voglio un bene dell’anima. Con quale coraggio posso dire che è tutta una buffonata questa storia. Non che non creda nei sogni, ma ad una certa età alcuni è giusto metterli nel cassetto. Poi il mondo della musica va così veloce, i musicisti sono sempre più giovani, dei ragazzini, loro insomma hanno dai 23 ai 25 anni, come fanno?!
Camilla si muoveva con destrezza in quel piccolo paese della provincia lombarda a cui lei è più legata, ancora di più rispetto Milano: Pavia. Quel piccolo paese era quello dello zio di suo padre, lei lo conosceva bene, ed il giorno della festa era un rito il pellegrinaggio al negozio di dolci, per prendere i baci di dama più buoni, quelli non industriali, che facevano solo quel giorno. La coda era lunga davanti a quella piccola bottega, tutte le signore anziane, in fila per portare a casa un pacchettino per i propri nipoti, e noi con lo zio di Camilla, o meglio, il pro zio, che li aveva prenotati sveglio com’era.
Una fitta al petto, al pensiero di dover tradire, se si può dire, la mia migliore amica. Quella che c’è da quando ancora non sapevo cosa volesse dire amica. “Senti ho un’idea” Elia e le sue idee. Ci devo pensare. Dargli retta sarebbe distruggere Camilla…
Point of view Camilla
“Basta fumare voi due” Apro la porta finestra che si affaccia sul terrazzo in vetro. Appoggio le braccia alla barriera e guardo al di là dei palazzi, quei palazzi così tristi, alla ricerca di una storia vissuta e da vivere. Di una nonna che cucini per i nipoti, di una coppia giovane che viva la magia delle prime uscite, e di una vecchia che si gode la noia dei tanti anni di matrimonio. Di una mamma o di un papà accolti dai figli alla sera dopo il lavoro, dei bambini che giocano felici senza preoccupazioni. Di un gruppo di amici che stia sveglio tutta la notte a bere e raccontarsi aneddoti imbarazzanti, risalenti a 5 estati fa, durante una partita di carte, e tra qualche risata dovuta all’alcol. “La voce da rockstar disfatta in qualche modo dovrò farmela venire. Altrimenti chi ti canta Paradise City” Risponde Nico sarcastico, mentre butta fuori il fumo, nascondendosi in quella piccola nube “Preferirei che non la cantassi tu, dato le ultime prove, ma di altri cantanti non ce ne sono. Comunque cacciate il fumo di là, che se Ilaria sente che puzzo mi fa il terzo grado” Sbuffano sonoramente, in coro, sia Nico che Rick, intento a giocherellare con l’accendino, e finiscono per ridacchiare “Ti preoccupi troppo per lei, che non si è fatta scrupoli ad abbandonarti a casa dopo una giornata pesante. E poi, qualche vizio da rockstar dovremo pur avercelo. Siamo laureati, lui in ingegneria navale, che è tutto dire, e io in Filosofia, non ci droghiamo, chiamiamo nonna ogni 2 giorni- chiaramente ironico, ma continuo ad ascoltare il suo elenco di cose da bravo ragazzo- Lasciaci il fumo, ti prego” Tengono la sigaretta tra le labbra, ma a differenza di Augustus, eroe della penna di John Green, non la usano per una metafora, anzi le danno la possibilità di ucciderli. “Io starei attenta fossi in voi, i 27 non sono lontani, e sapete cosa hanno fatto molte rockstar per colpa dei loro vizi a 27 anni. E comunque ringraziate che Ilaria è fuori, altrimenti non sareste qua a scroccare birre e a giocare a Risiko” Roteano gli occhi e proseguono con la loro serie di gesti anti-sfiga, per cui non entro nel dettaglio. “Come la fai tragica, è solo una sigaretta” Si lascia scappare Riccardo prima di entrare in casa a proseguire la nostra partita alla conquista del Mondo “Veramente è la seconda da quando siete qua, e non voglio sapere quante ne hai fumate oggi” Lo sgrido mentre lo seguo a sedersi nel tavolo bianco candido della cucina.
Il vinile gira sul giradischi, le note di Somebody Told Me per la casa, dopo una Seven Nation Army che ha scaldato gli animi di due ragazzi inebriati dalla loro birra e dal patriottismo per cui si canta quella canzone. Ripenso ad Ilaria, e al suo commento di qualche settimana fa. “Milla” Riuscii appena ad udire la sua voce, la musica aveva un volume davvero esagerato, si faticava a sentire l’altra persona, ma non puoi ascoltare gli ZZ Top a basso volume, bisogna svegliare il vicinato come minimo “Dimmi tutto” Alzai gli occhi dal foglio su cui stavo disegnando, aveva appena qualche riga di graffite, era ancora alla nascita quell’opera d’arte “Non possiamo tornare al periodo in cui si ascoltava solo musica pop, con bellocci da paura per cui avevi una cotta. E’ stato un periodo breve ma stupendo” Mi guardò dietro le lenti degli occhiali per le luci blu, disfatta dalla musica che stavo ascoltando da due ore ininterrotte “No” Schietta e fredda, senza neanche più degnarle l’attenzione. Sì insomma, quel periodo non era male: avevo 12 anni, mi adeguavo alla massa, avevo un sacco di gente che mi ronzava intorno, e ascoltavo quelle canzoncine smielate e terribilmente pop, prendevo cotte per i cantanti, e mi passavano dopo 2 mesi, quando arrivavano dei nuovi fighi da paura da guardare. Periodo buio per chi ama il rock, e periodo d’oro per la ragazzina che aveva almeno una vita sociale. Andai anche a qualche concerto di quel genere: ragazzine piangenti in ogni angolo, bimbe con le magliette del merch, e genitori disperati, che non vedevano l’ora che tutto finisse. Devo dire, che però, tutti quei cantanti, forse ora un po’ sconosciuti, continuano a piacermi presi a piccole dosi.
“Va bene, va bene. Allora a domani mattina” Chiudo la chiamata con Ilaria, fissando per qualche secondo il soffitto “Che c’è?” Chiede Riccardo, risvegliandomi dai miei pensieri, perché stranamente, dopo tempo, ho il tempo di farlo “Ilaria non torna a dormire” Poso il telefono sul tavolino di vetro davanti al divano, dove giace il mio libro, quello che sto leggendo da una settimana a questa parte: 1000 interessantissime e scorrevoli pagine sulla storia dell’Antica Grecia. Non so se lo finirò mai, ma ora è la cosa che meno mi preoccupa. Ilaria si sta allontanando un sacco e io mi sento sempre più sola, non mi capita spesso, anzi quasi mai. Sola io ci sto bene, mai patito la solitudine, anzi, la cerco quando posso, ma Ilaria fa parte della mia solitudine, senza di lei… be’ non funziona. “Ti ha abbandonata e tu ti fai tanti scrupoli” Si lamenta un Nicolò di certo troppo concentrato sull’horror in tv, e sulla partita di Risiko che si sta tirando per le lunghe “Si dà il caso che quella sia la mia migliore amica e che quindi mi dispiace. Comunque se volete potete stare qua a dormire. In camera mia ci dovremmo stare, al massimo uno dorme qui sul divano” Ci fermiamo io e Riccardo a guardare Nico, che sembra aver capito che lui testerà il divano “Perché io? Poi magari ci stiamo- Supplica, mentre noi siamo già decisi a togliercelo dalle scatole- Di sicuro questo horror ti avrà spaventato, due ragazzi che ti tengono compagnia sono meglio”
La Luna accoglie Milano, la illumina e sorride là in alto, chissà, magari lei sa perché Ilaria è così strana…
To be continued
