Capitolo II
“Cosa vuoi fare?” Smetto immediatamente di preoccuparmi per lei, della sua serata, del ragazzo con cui è uscita, che potrebbe essere il suo ragazzo, come uno sconosciuto che alla sera fa il criminale in Stazione Centrale. Perché è così felice? Perché prendendo il telefono è così felice? Cos’hanno da ridere quei due? Sono talmente frustrata da questa serata assurda che avrei voglia di prendere a testate il muro del bagno, quello con le piastrelle bianche, tanto belle, che ho scelto dopo un giro di 1 ora e mezza in uno di quei posti pieno zeppo di cose per arredare casa. Devo capire una volta per tutte cosa le sta passando per la testa. “Dai ti prego rockstar” Rockstar? E’ questo il nomignolo romantico che il ragazzo ha riservato a Camilla? Una ragazza con il fisico da modella, gli occhi da cerbiattina incantevole che farebbero andare fuori di testa anche Brad Pitt, e i capelli color nocciola lunghi fino al fondoschiena, e si fa chiamare rockstar?! E non tipo… cucciola, o che so io, magari bellezza. Non che sia una tipa particolarmente romantica, ma rockstar. Be’, rockstar mi sa di uomo con la barba lunga fino ai piedi, sporca di schiuma della birra e canotta stracciata in un angolo del palco dopo essersela strappata. Bleah! Camilla non è nulla di tutto questo. A che cosa si riferisce il tipo. E’ effettivamente così brava a suonare e non l’ho mai capito? Non posso farmene una colpa, in fondo, io non ci capisco nulla di musica, non l’ho mai studiata, non potrei comprendere il suo talento, ma come quello del mio ragazzo e di tutte quelle band che lei ama. “Oh! Insomma, si può sapere cosa vuoi fare?” Esclamo, questa volta spazientita. Sono la sua migliore amica e mi sta lasciando fuori da una cosa che, probabilmente, la renderà la persona più felice del Mondo. “3…2…1…- Si sofferma qualche tempo di troppo perché quello possa essere veramente un secondo, probabilmente per mancanza di coraggio, o per suspense, o per chissà che cosa- VAI!” Spinge il dito sullo schermo del telefono e sorride al suo… be’, ormai sono quasi sicura che sia il suo ragazzo. Nessuno osa parlare, se non loro due, che se la ridono di gusto, come la sera di San Valentino, quando sono rientrata a casa.
Quella sera pioveva, non l’ideale per la festa degli innamorati. Milano era gelata, l’aria frizzantina tagliava la faccia, e faceva rannicchiare le coppiette per potersi scaldare. Qualche gentil uomo cedeva la propria giacca, altri se la tenevano stretta, facendo finta di non aver visto che il partner avesse un freddo terribile. Ci mancava poco che la pioggia diventasse neve, in fondo, c’erano pochi gradi, e le previsioni lasciavano immaginare una giornata all’insegna delle battaglie di palle di neve per i bambini. Eppure pioveva e basta. Le nuvole circondavano l’intera città, anche la Madonnina, che nonostante tutto si sforzava di brillare. Mi stavo per preparare, quando notai che Camilla, teoricamente, in periodo d’esame, non stava facendo assolutamente nulla, se non il solito zapping sdraiata a testa in giù. “Non studi? Hai l’esame fra poco” Le ricordai, mettendo a posto i miei libri, che erano sparsi sul tavolo, insieme ai mille schemi ed evidenziatori colorati. “Nah… Ci vuole l’umore giusto per studiare” Non distolse neanche lo sguardo dallo schermo, e continuò a cambiare canale, silenziosamente, per quanto sia possibile, in quanto ogni tanto inciampasse in qualche canale delle radio. “E quindi? Oggi non lo sei?! Puoi benissimo studiare fidati” Ero un po’ la mamma per lei: la facevo rigare dritto, ero quella che si portava dietro la borsa, e che si ricordava sempre i fazzoletti o un cerottino, in caso di emergenza. La guardai muoversi fino alla porta finestra, per poi posarci sopra un dito, in modo leggero, per non lasciare la macchia. “Oggi è triste anche Milano. Guarda. Piange, piange da ore. Chissà perché. Magari un po’ le mancano i ragazzini urlanti per le vie, e gli eventi in Piazza Duomo. Ora con il freddo siamo tutti rintanati in casa, sentirà la mancanza dei suoi cittadini, di quando erano allegri” Osservò fuori dalla finestra per minuti: la via era deserta, nessuno si era azzardato ad uscire, ma erano solo 16.00, tra qualche ora ci sarebbero state una moltitudine di coppie, doveva solo aspettare, la pioggia cadeva dolce, non si sentiva stranamente, e lasciava quell’odorino che Camilla odia. “Oh, Cami, sta solo piovendo, è Febbraio, del tutto normale. C’è di buono che non è neve” Smontai i suoi sogni, e un po’ mi dispiacque, ma in fondo era lei a farla tragica, poteva benissimo studiare. “Facile dirlo, per un futuro architetto, che vede tutto con un tale distacco, che farebbe paura persino al peggior killer del Mondo” Come la faceva esagerata. La lasciai sola nella sala e mi preparai per uscire. Alle 19.00 il mio amato si presentò davanti al mio appartamento- nostro, il nostro appartamento, devo essere meno egoista- e io mi congedai, augurando a Camilla di passare una buona serata. “Non esci proprio?” Le domandai mentre girovagava per la cucina, probabilmente alla ricerca di qualcosa da sgranocchiare “Nah… e non lo farei neanche da fidanzata, o lo farei giusto per seguire questa convenzione sociale, e per far girare un po’ l’economia” Stasera era in vena di polemiche “Proprio non ci credi in questa festa?” Sapevo la risposta, ma volevo fingere interesse, verso quella che si prospettava una serata tutt’altro che divertente. “No. I veri innamorati si fanno i regali anche se non è il 14° giorno di Febbraio, e vanno fuori a cena senza dover aspettare ore tra una portata e l’altra. E’ tutto così falso e superficiale” Non era la tipa da polemiche riguardo le convenzioni sociali, e la spinta che le feste danno alla società consumistica, anzi era una fan del mondo che descriveva quest’ultima, ma San Valentino proprio non le andava giù. Quando tornai, la sera, era spiaggiata sul divano, ridendo come una matta, guardando un film di Aldo Giovanni e Giacomo, Tre Uomini e una Gamba, il suo preferito, mentre mangiava gelato alla nocciola. Assurdo. Me ne andai dopo pochi secondi: non aveva bisogno di me, potevo starmene da Elia.
Oggi ride così, e non so nemmeno il motivo. E’ del tutto fuori dal normale. Inizio a credere che questo sia un sogno, e che tra pochi minuti la vera Camilla suonerà il campanello e io le andrò ad aprire, scusandomi per il casino combinato, lei salirà le scale a testa bassa, e non mi parlerà per altri 2 giorni. Sì, deve andare così. “ORA TU MI SPEGHI COSA STAI FACENDO!- Forse sto gridando troppo, perché ha smesso di ridere- PERCHE’ SEI RIENTRATA RIDENDO COME SE NON CI FOSSIMO INSULTATE 3 ORE FA E PERCHE’ TI GASI COSI’ TANTO A FARE CHISSA’ CHE COSA CON IL TELEFONO” Sbraito. Sì, sembro un animale, ma è l’unico modo per farmi ascoltare. “Annuncio per creare una band. Ho scritto che siamo alla ricerca di una voce, magari un batterista, e un tastierista. E’ FANTASTICO! Da oggi si realizza il sogno” Il sogno? Quale sogno? Mettere su una band? E’ questo il suo sogno? Io… io… be’ io non lo sapevo. Perché non me l’ha detto? “Una band? E’ assurdo! Ti rendi conto di quello che stai dicendo?!” Forse sto esagerando, in fondo neanche Elia sembra così sorpreso, o forse non lo è perché sa che è solo uno dei tanti desideri da adolescente di Camilla. “Sì, me ne rendo conto. E non mi sembra così strano. E’ una band, lo fanno un sacco di ragazzi della nostra età, o anche più giovani” Parla con una tale tranquillità che quasi inizio a credere di non aver capito qualcosa. Ok, io prima, quando Elia ha parlato dell’oboe, pensavo che stesse scherzando, e che non volesse tirare veramente su una band. E’ assurdo. Ha 23 anni, non può fare un lavoro serio come tutti gli altri?! Perché dai, una musicista nel tempo libero, e come impiego scrittrice di un blog, che si che frutta il necessario per pagare l’affitto e le spese di una ragazza che si gode la vita a Milano, ma è comunque qualcosa non di serio. Vero? O anche qui mi sono persa qualcosa? “Che genere di band? E poi cosa vorresti fare? Ti mancano un sacco di membri, ora che li avrai trovati tutti sari in traffico con la tesi di laurea e non potrai dedicarti alla musica” La vedo roteare gli occhi, mentre appoggia il telefono sul tavolo e siede sul divano, facendo spostare Elia per mettersi comoda. “Te l’ho già detto, suoneremo del sano rock, il Mondo ne ha bisogno. E poi due membri ci sono già: io chitarrista, e Riccardo, bassista” Si arrotola una ciocca di capelli sul dito, e la contempla, non dando importanza alle mie parole. Del sano rock. Il mondo ne ha bisogno. Certo ha bisogno di una canzone degli AC/DC, quasi quanto ne abbia della pace il Mondo. Che cosa stupida. Poi non c’è nulla di sano nel rock, ci sono solo barboni mezzi fatti. O forse sono rimasta troppo indietro? Magari le cose sono cambiate. Nah, certe cose non cambiano mai. Vero? “Trovati qualcosa di più tranquillo. Qualcosa come…” Non vorrei dire un lavoro normale, perché sarebbe cattivo, però è questa la verità. “Lo so che vuoi dire un lavoro normale. E io ti dico che non tiro su una band per guadagnarci. L’arte non è lavoro” Cosa vuol dire? Ci spende e basta? Veramente non capisco. “Intendo dire che per me sarà sempre una passione, un passatempo, che poi mi paghino è secondario. In più provo, se non va pazienza. C’è il blog, l’università e tutto il resto” Da quando è paladina dei valori morali?! E soprattutto, la cosa del blog è seria?
Ieri sera alla fine Camilla si è decisa ad andare a dormire, lasciando stare la nostra accesa discussione sulla band. Riccardo si è congedato ricordando a Camilla delle “prove” di oggi, ed Elia è rimasto qui. Che poi, cosa provano che sono in due? Forse le prove sono una scusa per vedersi all’interno di questa casa senza che io mi metta a rompere particolarmente le scatole. Stamattina, però Camilla è tornata alla carica: ha deciso che io ed Elia avremmo dovuto andarcene, per lasciarli provare in santa pace, e che avrebbe voluto trasformare la mansarda in un… una… non so come si chiama. Be’, in un luogo in cui suonare. “Scordatelo! Io devo studiare, ed Elia mi aiuta. Poi la mansarda non mi sembra il luogo adatto.” La liquido così, in modo da poter studiare in tranquillità, senza lei e il suo ragazzo intorno. “Be’, proveremo in camera. Ah… dovrebbe arrivare Oscar. Puoi aprirgli?” Se posso aprirgli? Probabilmente potrei soltanto tirargli la porta sui denti. Ma fa lo stesso. Proviamo ad andare d’accordo con Oscar, e incoraggiare i sogni di Milla, che prima per farmi felice ha studiato e concluso tutto quello che doveva fare per l’esame, ora si darà al ripasso. Forse.
Alla fine non vi ho ancora descritto Oscar, speravo di farlo quando avrebbe dovuto fare irruzione in casa nostra, ma non è venuto e quindi sono andati all’aria i miei piani. Oh al diavolo! Oscar è un amico di Camilla, va nella sua stessa università, e frequenta la sua facoltà, si sono conosciuti all’entrata quando hanno iniziato, e si sono dati una mano per non perdersi. Ha dei riccioli castani stupendi, gli ricadono sul viso e sobbalzano quando si muove. Ma come si dice per ogni riccio un capriccio, ed è proprio così. Di fatti è la persona più lamentosa, se si dice, della storia, per ogni cosa ha qualcosa che non va, non so come Camilla, che al primo commento ti spedisce a calci nel sedere 3 metri più distante da lei, possa sopportarlo. Gli occhi sono verdi, ma di un verde che vedreste di notte, come quelli dei gatti, però lui è uno di quei mici tanto belli che appena ti avvicini ti salta in faccia. Ride, ride sempre, e passa ore a parlare di una ragazza, una certa Ludovica, che con l’accento lombardo di Camilla e Oscar diventa “La Ludoooo”. Agghiacciante. E’ davvero insopportabile quel ragazzo. Indossa sempre dei jeans con i risvoltini, che Milla gli strapperebbe o brucerebbe, e sotto le All Star. Dio, tutti i ragazzi che conosce devono indossare All Star? Un incubo.
Arriva Riccardo, che con un lancio maldestro posa la giacca sul divano, e non si degna di metterla a posto, poi sale le scale senza salutare e si infila in camera di Camilla. Dove crede di essere? La giacca la si poggia all’ingresso, come le nostre, poi a casa mia si saluta. Deve avercela ancora con me da ieri sera, ma è del tutto inaccettabile. Alla fine ho deciso che Elia sarebbe stato meglio se non ci fosse, quindi se ne è tornato a casa. E mentre sto ancora pensando a quanto sia spocchioso quel Riccardo suonano alla porta. Deve essere Oscar. Ahimè cari piccioncini starete soli per poco! “Ciaooooo” Mi saluta calorosamente abbracciandomi, marcando nel parlare quel suo odioso accento. Odio questo ragazzo. Deve proprio sfoggiare anche per un pomeriggio in casa il maglioncino firmato?! Ricambio il saluto, un po’ fredda. Forse un po’ troppo, dato che in men che non si dica si precipita in camera di Milla. Vorrei proprio sapere cosa faranno quei tre.
Point of viewà Camilla
Sento dei passi sulle scale, e mi scollo da Riccardo, che aveva deciso di iniziare a guardare un film, invece di fare le prove in 2. Uff! Meno tempo perdiamo, meglio è. Ma nessuno vuole capirmi. Deve essere Oscar che viene su, scappando dalle sgrinfie di Ilaria, che lo avrà a malapena salutato. Non si sopportano proprio! Apro la porta di camera mia, e lui si intrufola dentro, come se dovesse scappare dalla pioggia di insulti che nella sua mente Ila sta dicendo contro di lui. “Hey” Mi abbraccia calorosamente, sotto lo sguardo perplesso di Riccardo, che ancora non conosce. Ragazzo ermetico+ragazzo espansivo. Cosa succederà? Non mi importa, ho voglia di provare, e il film può aspettare, sicuramente. Chiudo il computer appoggiato sul letto, su cui stavamo guardando il film, nella speranza che Rick capisca che ho voglia di suonare. “Che ci fai qui comunque” Chiedo curiosa, dato che il mio amico non mi ha detto il motivo dell’irruzione in casa nostra, mia e di Ilaria. “Be’, avrei una proposta per la tua band, anzi due” Lo guardo sbalordita, sperando che si tratti di due nuovi membri, perché, purtroppo, finora, nessuno ha risposto al nostro annuncio, se non 2/3 burloni che si divertono ad insultarci. Sono così frustrati! “Allora la prima è una tastierista, suon..” Lo interrompo prima che inizi a raccontarmi vita e miracoli di questa, dato che ha già un requisito in meno: NON E’ MASCHIO. “Femmina? Nessun’ altra ragazza nella band, che non sia io” Ero stata chiara su questo, non volevo altre ragazze: non sono mai andata troppo d’accordo con le femmine, un po’ come i cani, lo so, ho sempre avuto amici maschi e mi sento in difficoltà a stringere dei rapporti seri con loro, le amiche che ho sono tutte molto superficiali, ci si vede per un ape e poi via, tranne Ilaria, lei sa farsi voler bene. “Oh! Uff! Pensavo scherzassi su questa cosa. Comunque il secondo è Mike, 26 anni, voce” Oh… una voce, sì ci vuole, prima di dirgli sì dovremmo sentirlo, anche se non abbiamo altri candidati. “Ehm.. digli che faremo dei provini tipo, gli diremo poi quando” Vedo Riccardo che si mette seduto sul letto, con un’espressione al quanto discutibile in volto “Fai la schizzinosa? Non abbiamo altre possibilità” Lo so, lo so, però immaginatevi uno stonatissimo, sarebbe orribile, ma per loro questa opzione non è contemplata. Intanto i provini si faranno comunque, perché mi sono appena arrivate delle notifiche sotto il nostro annuncio: due voci, una batteria e un’altra chitarra. Bene! L’ultima la liquidiamo subito, agli altri lascerò un messaggio dicendo che li sentiremo giovedì a casa di Riccardo, che non ha coinquilini che possono rompere le scatole. “Mi dispiace Oscar, il tuo caro Mike dovrà combattersela con altre due voci” Lo prendo in giro, finendo per poi sdraiarmi con la chitarra in braccio e strimpellare qualcosa che possa somigliare ad una melodia ascoltabile.
Mi preparo per fare questi benedetti provini, in tutto le persone sono 8: oltre le tre voci, tra cui Mike, ci sono 2 batterie e ben 3 tastiere. Speriamo che tra questi ci sia qualcuno di ascoltabile. Tiro su i capelli in una crocchia, un po’ spettinata, ma non ho tempo per mettermi in tiro come se dovessi andare su un red carpet, sono già in ritardo, ci manca solo l’agghindarsi. Passo comunque il mascara sulle mie ciglia, e un po’ di matita sugli occhi, per dargli quell’effetto magico. Esco di casa di fretta, prendendo le chiavi al volo, dalla ciotolina all’ingresso in cui lasciamo un po’ di tutto: chiavi di casa, della macchina, monetine, caramelle e… oh ecco il plettro che avevo perso! Va bene, ora non ho tempo di prenderlo e infilarlo nella borsa della chit… Oh! Accidenti! La chitarra! L’ho lasciata di sopra. Dove voglio andare senza la mia affidata compagna di avventure! Salgo le scale per arrivare al secondo piano della nostra casa, che è soppalcato, il vero pezzo forte di questo posto, vado talmente di fretta che all’ultimo gradino rischio di cadere e picchiare i denti sul finto parquet che tanto amo. Afferro la chitarra e me la metto in spalla, non ricordandomi del suo peso, che non è di certo dei più leggeri. Ripasso davanti l’ingresso e questa volta esco davvero, dopo aver recuperato il plettro che avevo perso. Con l’oggettino ritrovato tra i denti per lasciare libere le mani, chiudo la porta, e mi fiondo nell’ascensore, che ahimè è già occupata: dovrò fare la mia discesa in compagnia del mio anziano vicino del piano di sotto. Mi lascio il mio palazzo alle spalle, e mi tuffo nelle strade trafficate di Milano, in fondo casa di Rick è poco distante da qui, sarebbe uno spreco usare la metro, e poi fare qualche passo per la mia città non mi dispiace. Guardo le macchine muoversi freneticamente per la metropoli, tutte contenenti di sicuro una storia, una vita, qualcosa che meriterebbe di essere raccontato, eppure vanno così veloce che non lasciano il tempo per farlo. Il sole, per essere Aprile è veramente caldo, ho quasi voglia di togliermi la felpa, fino a qualche giorno fa pioveva sempre, e oggi, be’ oggi ho voglia di mostrare la mia maglia dei Guns, a maniche corte, perché fa veramente caldo. Ma il telefono che squilla mi ricorda che non c’è tempo, e che devo sbrigarmi. Inizio a muovere le gambe velocemente, devo arrivare prima dei candidati, almeno di qualche secondo, giusto il tempo di sistemare questa crocchia, e magari farmi una coda al suo posto.
Sfilo per i marciapiedi di Milano, che come al solito sono colmi di persone, tengo la testa bella alta, come se fossi sulle passerelle della Fashion Week, e guardo il traffico muoversi intorno a me. I bambini osservano affascinati la borsa che tengo sulle spalle, e le madri mi sorridono timidamente credendo che i figli mi mettano in soggezione, ma io amo quel ruolo di trafficante di qualcosa di misterioso sulle spalle. Ho sempre creduto che il ruolo del musicista ti riservi un posto speciale nel Mondo. Ti riserva gli sguardi colmi di ammirazione e la fama, altre volte solo qualche spartito di troppo ad occupare la camera e la testa tra le nuvole. Eppure io di tutto quello che la musica mi ha riservato ne sono grata, anche se sono nella seconda categoria, ma magari, chilo sa, tra qualche anno, potrò cambiare la mia posizione.
“Allora, tu sei il primo. Alessandro, giusto?- Il ragazzo annuisce, silenzioso, forse spaventato dal vedermi così seria a scrutarlo dalla testa ai piedi- Bene, la scena è tua. Cos’hai preparato?” Sistema l’asta del microfono e chiude gli occhi. Chissà dove si immagina chiudendo gli occhi. Oppure si sta solamente concentrando. Inizia a cantare un pezzo che conosco, conosco fin troppo bene, è stata la colonna sonora del mio arrivo a Milano, che nostalgia, ma ahimè, troppo pop e triste, spero si riprenda e che ci abbia portato altro. “Hai altro?” Riccardo sembra leggermi nel pensiero nel chiederglielo così diretto, non gli lascia nemmeno il tempo di riprendere fiato dopo il pezzo. Vi stavo dicendo che lo scrutavo? Ecco dovrei smettere, perché non mi incoraggia a prestargli attenzione: porta una polo azzurrina, smorta, triste quasi quanto la sua personalità, completamente inesistente, i suoi capelli sono impalcati e sistemati con un sacco di gel, sembra pronto per la prima comunione. Non può essere lui il cantante. Assolutamente. E’ vero che il centro dell’attenzione lo voglio su di me, e che quindi, meno personalità hanno gli altri e meglio è per me, ma non possono essere così noiosi, il cantante ha un ruolo centrale, è quello che ascolta chi non capisce di musica. Lo liquidiamo, senza troppi giri di parole, perché tanto non lo rivedremo più, non c’è necessità di usare tatto. Passiamo agli altri 2, che portano pezzi più interessanti, uno si spinge fino a Smoke on The Water. Ecco. Era meglio non azzardare. Bocciamo anche lui, e poi l’altro del tutto fuori luogo. Un hippy sopravvissuto agli anni 70, con una camicetta a fiori, che strimpella una chitarra, cantando qualcosa di noiosissimo, che fatico ad ascoltare. Credo, per altro, che sia un suo pezzo, ma non lo ha detto, non ha detto nulla a dire la verità, è di poche parole, e per un cantante non va bene. “Ok, grazie, ma cerchiamo altro. Buona fortuna per tutto” Mi lascio cadere a peso morto sulla sedia girevole della scrivania di Riccardo: non pensavo si facesse così fatica a fare dei provini. Metto le mani sul viso, cercando di darmi una sveglia, che dopo l’ultimo pezzo è del tutto necessario. “Mai sentito qualcosa di così squallido” Esordisce il ragazzo che mi fa compagnia mentre si siede accanto a me. “Io sì, anche se lo stava per superare” Sorride beffardo, come solo lui sa fare “Davvero?” E’ veramente stupito? Di esperienza ne ha poca allora. “Settembre del 2016, Portogallo, locale in riva al mare e cantante che si accompagna con chitarra mezza scordata” Dico annoiata, poggiando i gomiti sulla scrivania, sfinita dal pensiero che devo sentire ancora 5 persone, e qui devo concentrarmi. Come faccio a capire se vanno bene? Spero vivamente che il fratello di Riccardo, Jacopo, venga ad aiutarci, come promesso: è un batterista, ma ha 32 anni, sposato con una figlia, non ha tempo per stare dietro ad una band, quindi non farà parte dei… ODDIO DOBBIAMO ANCHE SCEGLIERE IL NOME. Che incubo.
“Ciao Ricky! Puoi anche sistemarla casa qualche volta, e butta via le bottiglie di birra, sembri un alcolista” Entra quello che dovrebbe essere Jacopo: è un ragazzo posato, molto elegante, faticherei a credere che siano fratelli, se non fosse che sono praticamente identici, nonostante i 7 anni di differenza. “Tu sei Camilla?” Sorrido stringendogli la mano che ha teso verso di me. “Senti, non avevo tempo di sistemare, si da il caso che mi sia svegliato 20 minuti prima delle prove” Risponde secco Riccardo, come si risponde ai genitori quando se ne ha abbastanza, eppure suo fratello sembrava un ragazzo così dolce, non lo aveva sgridato veramente, ma si vede che il suo caratteraccio lo espande a tutti. Che fortuna pensate! “Non c’è tempo per discutere, ci aspettano 5 ragazzi di là” Li spingo nella stanza affianco, che era stata organizzata bene: aveva un microfono sulla sua asta, e una batteria già montata, era quella di Jacopo, la tastiera non c’era, ma avevamo lasciato lo spazio necessario. Sembriamo quasi seri, se non fosse per le chitarre che abbiamo in braccio, causa assenza di spazio. Due batteristi: uno con una canotta, nonostante sia Aprila, bianca, quelle squallide, che quasi mi fa perdere interesse in lui, ha un tatuaggio enorme sul braccio, un tribale, ridicolo, l’altro invece è più sobrio, e a mio parere anche più ascoltabile, meno creativo, diciamo. Le tastiere pessime. Ci credete che uno si è azzardato a suonare Bach. Nel senso, grande compositore, ma non so se vedi la maglietta che indosso. Liquidati anche loro tre.
“No! No! Così non va! Non possiamo andare avanti così” Grido, guardando i nomi dei candidati sbarrati. Siamo di nuovo in 2. Solo in 2. Chitarra e basso. Cosa vogliamo fare? Arrendersi è da sfigati, picchiare un muro da psicopatici, anche se Rick sembra dell’umore, e bere da alcolisti. Soluzioni? Non ce ne sono. Mi lascio cullare dalle note Blues che vagano per la casa, direi che si addicono all’umore. Ma perché c’è della musica per ogni situazione? Sarebbe più facile non disperarsi senza questo sottofondo malinconico. Tolgo il vinile dal giradischi, prendendo l’iniziativa di mettere qualcos’altro, vorrei un James Arthur, per staccare da quello che vorremmo suonare con la band, dal nostro umore pessimo e tutto il resto, ma qui sembra esserci solo rock, blues, jazz, e…. Eminem?! Non me lo aspettavo. Infilo il disco e parte una canzone che non conosco, ma mi accontento. Sinceramente basta avere qualcosa di meno triste. “Non ti facevo tipo da Eminem” Lascio volare nella stanza silenziosa queste parole, senza avere alcuna risposta per qualche minuto “Le persone non ti danno mai la possibilità di farti capire che tipo sono, altrimenti queste scene da film non esisterebbero. E poi anche io non ti facevo tipo da… com’era quello schifo?” Lo guardo sbigottita. Trova schifosa la musica che ascolto? Bene, aggiungiamo un difetto alla lista di quelli di questo ragazzo. “Quale schifo?” Resta sdraiato sul divano, fissando il soffitto e giocando con una pallina da ping pong “Sì, dai, quel vinile contenente la colonna sonora di quel film” Ghigna, perché sa benissimo che quello in realtà non è mio, e che mi tocca tenerlo perché altrimenti la mia coinquilina mi butta fuori da casa. “E comunque non ti facevo il tipo di un sacco di cose” Rincara la dose, quando ormai la stanza era tornata nel silenzio.
Punto di vista di Ilaria
Sono ore che è fuori casa quella disperata di Camilla. Chissà le audizioni. Forse avrei dovuto lasciarle la mansarda, intanto non me ne faccio niente, e poi magari a vedere tutti quei musicisti mi appassiono, e trovo una nuova passione. Ma ormai è andata, e se le dicessi ora che su è libero, per il suo orgoglio mi direbbe che non le serve più, che casa di… come si chiama?… Riccardo. Ecco. La sua casa sarà di sicuro perfetta. Testarda e orgogliosa la ragazza, da essere antipatica a volte. Ma cosa vogliamo farci! E’ nata così! E’ nata con le sue idee e i suoi sogni, e io non sono nessuno per distruggerli.
La chiamo, inizia a raccontarmi dei provini e mi avvisa anche che questa notte non tornerà. A quanto pare non hanno trovato nessuno, e mentre me lo sta dicendo sento un urlare: “HO UN’IDEA, MUOVITI! METTI LE SCAPRE CHE USCIAMO!” La mia amica mi saluta e chiude la chiamata. Chissà cos’ha da fare…
To be continued
