Alma, è una ragazzina tranquilla, quando c’è litigio in classe è solita starsene fuori, magari impiegando quel tempo per studiare e sottolineare un po’ di parole, probabilmente a caso, perché per lei è impossibile concentrarsi e stare calma in mezzo alla gente che litiga. I suoi capelli lisci color nocciola contornano il viso angelico, e sono perfettamente abbinati ai suoi occhi scuri, marroni, quasi neri, ma intensi, intensissimi, se li sai leggere. Il corpicino minuto e le dita affusolate, abituate a disegnare per ore, con carboncini, sanguigne e pennarelli abbastanza costosi, e che lei cura con l’amore di una madre per il proprio cucciolo. E’ un’anima da città, odia la natura sconfinata, o almeno quella del paesino in cui ha abitato per qualche anno, beh quasi 13 a pensarci; il suo sogno è sempre stato Milano, ed è riuscita ad ottenere una specie di nuova vita in quella città che tanto ama. Altre cose che odia? La montagna, sì, tantissimo. Anche se, effettivamente, non c’è mai stata, se non per qualche passeggiatina, ma veramente blanda, in una “finta” montagna. Ama il mare, quello della Sardegna, cristallino, che non ha nulla di invidiare ai Caraibi, secondo Alma, le palme, e il caldo soffocante. Anche la Sicilia non le dispiace, specialmente per la granita alla fragola, bella ghiacciata, succosa, dolce, che le sa tanto di estate e paradiso terrestre. Lei scrive, scrive tanto, scrive tutto quello che le passa per la testa, che le salta all’occhio. Vive in un suo mondo a volte, accompagnata dalla musica, che i suoi criticano tanto.
Ok ok BASTA! La narrazione in terza persona è terribile, mette noia dalle prime quattro parole. Non abbiamo il tempo di raccontare in modo poetico. Siamo vicino alla catastrofe.
Sono le…. Non lo so. Sarà l’alba, forse anche prima. Sono le PRESTISSIMO. La mamma sta controllando le valigie minuziosamente, allegra come non mai: tira fuori i fogli dell’hotel, mette dentro lo spazzolino e il dentifricio, poi chiude. Papà, invece, non è così allegro, sta cercando di trovare un motivo per cui esserlo, ma è ancora troppo presto, quindi si limita a girovagare per la casa, con la stessa vitalità di Lerch della Famiglia Addams. Io? Io infilo lentamente i jeans, incespicando negli strappi due o tre volte, sperando di non averli allargati, li ho comprati qualche giorno fa. La casa non è molto rumorosa, si sentono solo le ruote dei trolley strisciare sul pavimento e nient’altro, neanche la telecronaca della mamma.
Saliamo in macchina, uno per uno. Io con un cuscino sotto braccio, ho bisogno di recuperare quelle ore di sonno perse: sapete, io se dormo anche solo 7.55, invece di 8 ore, mi viene un nervoso che non potete neanche immaginare, sono irritabile e odio tutti quelli che mi stanno intorno, indistintamente. L’abitacolo è pronto, perfetto, per il viaggio. Ognuno è al suo posto, e papà è già concentrato, il navigatore è impostato sulla nostra destinazione: MONTAGNA. Non so il nome del luogo, solitamente me ne interesso, ma stavolta no. Non ho neanche intenzione di farlo durante il tragitto. MONTAGNA mi basta per andare in paranoia. Non ci sono mai stata, e non volevo andarci, ma a volte il destino gioca brutti scherzi. Oppure quella che gioca brutti scherzi è mia mamma che vuole ritornare nel posto del cuore. Che dobbiamo farci? La portiamo.
Dicevo catastrofe qualche minuto fa? Ecco peggio. Cosa c’è peggio di una catastrofe? Non lo so, un’apocalisse? Ecco preferirei un’apocalisse zombie, combattuta con armi atomiche, tra il freddo e il gelo della Siberia. Sentite mio padre che invoca gli dei dell’antica Grecia? Esattamente 2 minuti fa, appena prima dell’autostrada, si è accesa una stupida spia nella macchina. Papi ha chiamato i tipi della…. Non so di che cosa, intanto non ce ne frega da dove vengono quei tizi! Riprendiamo, da dove ci eravamo lasciati. Papi ha chiamato quei tipi e hanno detto di non preoccuparsi, dovevamo avere, teoricamente ancora tempo, ma la macchina comincia a fare cilecca. Ora dove siamo? Nel nulla, appena fuori dall’autostrada. La località si chiama proprio così. “NEL NULLA APPENA FUORI DALL’AUTOSTRADA”. Aiutateci. Mandateci degli angeli. Un qualcosa. Siamo nel nulla, da un concessionario che sta sistemando la macchina. Noi? Noi seduti su un muretto alle 8.15 del mattino, mentre la mamma è in preda alla prima crisi isterica della giornata, papà controlla le mail mentre chiacchera con Zeus, che ha invocato qualche minuto prima, io, invece, scrivo 200 messaggi a Ginevra, che ovviamente dorme, dato che si trova al mare, in vacanza, ed è venerdì mattina. Ginevra chi è? E’ la mia migliore amica, ci conosciamo da una vita, per via dei nostri genitori, ne abbiamo passate tante, e ne abbiamo combinate altrettante: le secchiellate d’acqua a due anni in Sardegna (me la sono legata al dito questa), le videochiamate lunghe ore, il primo concerto insieme, il trucco per andare in centro. Abitiamo, però, distanti, e questo ci impedisce di vederci spesso, unica pecca. Doveva pur esserci qualcosa di bruttino no?! Perché vi ho raccontato di Ginevra? Per temporeggiare, siamo ancora su quel muretto, e io cosa vi racconto?!
Siamo ripartiti, la macchina è a posto, Zeus è tornato sull’Olimpo, papà calmo, mamma un po’ meno, ha già chiamato la sua amica, quella con cui si deve vedere, e io ho solo voglia di dormire, dormire per altre 6 ore. La meta è il Trentino, quindi il tempo dovrei averlo, ma non riesco a farlo, ho solo voglia di ascoltare la radio, e i suoi programmi. Storie di persone, tutte in viaggio, chi per lavoro e chi in vacanza, in macchina, che ridono e scherzano, mi ha sempre affascinato tanto, e poi qualche disco, pezzi estivi, hit, cose frivole, che però ti fanno perdere la testa. Parte “Gli Anni” degli 883. Troppo malinconica? Decisamente, ma che possiamo farci, amo questo tipo di canzoni, nonostante le prenda in giro molto spesso. Quando le canti a squarciagola danno una soddisfazione incredibile, che non avrai nemmeno al concerto di chissà quale cantante contemporaneo. Dopo quella canzone, cala il “silenzio”, tornano le voci dei presentatori, allegri come nessun altro, o almeno lo fanno credere.
Ad un tratto ci fermiamo, non so cosa sia successo. Me ne preoccuperò tra 10 minuti… sì, direi che è la cosa giusta. Mi slaccio le scarpe, le appoggio in un angolo, guardandole, ammirandole, come una vera e propria opera d’arte. Sapete che a pensarci sarebbe straordinario un museo con sole scarpe, di qualsiasi tipo, dai tacchi alle sneaker, una stanza dedicata solamente alle Converse, se la meritano, vero? Non divaghiamo, i dieci minuti sono passati, decido di sporgermi un po’ per vedere, ma vedo solo altre macchine, in fila, che suonano. “Papiiiiiii” dico con la mia voce squillante, per svegliarlo un po’, anche se guidare a papà piace, lo rilassa, è capace di farlo anche di notte fonda. “Dimmi”, risponde tranquillo, mentre sorseggia la Redbull, che beve solo quando deve guidare per ore, anche se questa volta non dobbiamo stare in macchina per 12 ore, ma credo che la stia bevendo per credere di andare al mare, al sud, al caldo. “Perché siamo fermi? C’è solo coda o incidenti, roba del genere?” Domando tranquilla, per sentirmi rispondere che c’era un incidente. Infilo le cuffiette, stanca della musica della radio, apro Spotify, e indecisa tra la playlist depre, da piangere fino a quando la pubblicità non ti rompe il mood, e quella piena di hit estive, alla fine schiaccio su quella triste. Passano Benji e Fede, Michele Bravi, e poi Irama, e Riki, che non ascoltavo da un bel po’, mi riposta al mare, la sua voce.
Ok, è un’ora che siamo fermi, comincio a pensare che si sia fermata anche la Terra. Papà inizia ad innervosirsi, le macchine dietro suonano, e ora a me sorge spontanea una domanda: UNA VOLTA CHE HAI SUONATO TRE VOLTE DI FILA, COSA PENSI CHE SUCCEDA? MAGICAMENTE LA CODA SI DISSOLVE, CI TELETRASPORTIAMO?! La mamma ha già fatto la seconda chiamata, sì, di nuovo alla sua amica, non so perché si continuino a chiamare, ma non importa. Io mi limito a fare 4 vocali da un minuto e mezzo a Ginny, che non mi calcola minimamente, e si limita a mandarmi foto del mare, e sapete vorrei tanto affogarla, non nel mare, ma dentro la sabbia, tipo struzzo, lo sa che odio la montagna e che vorrei essere in spiaggia a prendere il sole. “Siamo bloccati, non so quanto ci staremo ancora, siamo in ritardo di 3 ore, per me possiamo anche tornare a Milano, così andiamo a lavorare e la chiudiamo” Sbraita la mamma, al telefono con la nonna, che deve essere andata al mercato della sua cittadina, con quei soli 324°. Tolgo una cuffietta e sentendo il drama che si è scatenato la rinfilo lentamente, mettendo musica più strong per coprire il casino, direi che la cover di Beggin va bene, si sì.
Vi state chiedendo cosa è successo? No? Fa lo stesso, ve lo dico comunque. Siamo usciti dall’autostrada, abbiamo preso stradine traverse, siamo nuovamente nel nulla, prende anche poco il telefono. Intorno pareti rocciose, brulicanti di cespugli verdi. Curve su curve. Fortuna che nessuno di noi soffre la macchina, altrimenti saremmo morti. Prendo in mano la situazione, attacco il telefono e metto Settimana Bianca, alzo il volume, e che discoteca sia. Urliamo a squarciagola, facendo finta di amare la nostra meta.
Io e papà abbiamo un piano segretissimo. La mamma crede che ci annoieremo, che andremo a camminare in qualche sentierino, prenderemo una seggiovia. Ma non faremo nulla di tutto questo. Il nostro piano è molto accurato. Però, mi sa, che verrà tutto spostato a domani, acciderbolina. Partiremo appena svegli, 10, o 8, boh, appena svegli. Punteremo verso Cortina. Avete sentito bene. Papà vuole andare a vedere l’Hotel Cristallo, e io voglio vedere una sorta di città, un qualcosa che mi ricordi Milano in qualche modo. Diciamocelo, io e papi, non siamo mica da passeggiate all’aperto, circondati dall’odore di letame. Cortina è il posto perfetto. Ah… sì, come avrete intuito mamma non sa nulla, anche perché non è proprio vicino a dove abbiamo l’albergo, e non crede che il papà abbia voglia di guidare fin là. Ma si sbaglia, si sbaglia di grosso.
Ok… ok, scusate. Non vi ho più aggiornato. Alla fine ieri ci siamo fermati a mangiare, più o meno alle tre, in una trattoria che trasudava sporco da tutti i pori, e al mio commento: “Io non mangio nulla. Non voglio mica prendere l’epatite” papà ha risposto di stare zitta, prima che ci sputassero nel piatto, anche se lo sputo sarebbe stata la cosa più pulita. Dopo ci stavamo dirigendo tranquilli in questo paesino sperduto, stava filando tutto per il meglio, fino a quando un gregge di pecore blocca il passaggio. Ma quante erano mamma mia?! Come fanno a riconoscersi?! Ci hanno bloccati per almeno mezz’ora. Zeus? E’ rimasto sull’Olimpo tranquilli, è sceso Ares, ha detto che era libero. Verso le 20.00 siamo arrivati a destinazione, e non ci è rimasta altra scelta se non mangiare in hotel, e posso assicurarvi che è stata la cosa più triste del mondo. Ci hanno fatto ingurgitare di fretta delle bistecchine di tacchino, boh, non so cosa fosse, ma comunque quella carne da dieta estrema, perché eravamo borderline come orario. Le luci fioche, provenienti da lampadine vecchie e tristi. Perché non abbiamo scelto un hotel migliore? C’è solo questo, siamo in un paesino minuscolo, peggio di quello in cui abitavo. Ah e per ripicca alla mamma, che diceva che i montanari non esistevano più, che si erano adeguati alle mode, vi espongo il racconto delle prime due persone viste, una volta scesi dall’auto. Due signore, due vecchie, detto in maniera maleducata, con la camicia a quadri sul verdognolo tipo, i pantaloni da anziani, e gli scarponcini da trekking. Tocco di classe? Le ciaspole. Che bella parola.
Viaggio traumatico, veramente, un’impresa. Penso si faccia meno fatica a scalare il Monte Bianco. L’unica speranza che ho è una buona e bella permanenza. Beh, poi permanenza si fa per dire: stiamo qua due giorni e va più che bene. Mamma mi ha fatto vestire da eschimese, dicendo che faceva freddo e non era il caso di ammalarsi, così ho messo i jeans lunghi, ad Agosto, non so se avete capito, sopra un top e una felpa. Assurdo. Da quando sono qua ho un caldo addosso che vorrei togliermi la prima e la seconda pelle, altro che arietta e fresco. Non ci sono neanche le capre, le mucche e Heidi. E’ una presa in giro? Tutti quei racconti erano leggende metropolitane?! Non fa freddo, non ci sono le mucche, l’unica cosa vera sono i montanari.
Piccolo messaggio: SALVATEMI VOGLIO TORNARE IN MEZZO ALLA CIVILTA’, NON RIESCO A DORMIRE SENZA AVER SENTITO PRIMA IL TRAM STRIDERE.
