Non ho tempo per pensarci

Non ho tempo per pensarci

Capitolo V

Point of view Ilaria

“Elia, veramente, non so. Potrei rovinare il rapporto con Camilla, e io ci tengo. Hai ragione, ne hai anche tanta, ma devi pur capire che lei per me è come una sorella. Ogni tanto è un po’ ragazza in crisi adolescenziale, però è brava, forse si merita di seguire i suoi sogni, e chi sono io per dirle che non può farlo” Guardo la candelina del nostro tavolo che inizia a spegnersi lentamente, un po’ come l’allegria delle prime ore insieme “Lo so, però si deve rendere conto a cosa va in contro. Nulla di esagerato. Un concerto. Vede l’orchestra, io che suono l’oboe. Magari cambia idea”. La notte è scura, e mi sembra che lo stia diventando ancora di più dopo queste parole. So già la risposta di Camilla, neanche mi ascolterà probabilmente. L’oboe, l’oboe. Come farà a piacerle qualsiasi cosa loro suonino. Lei che ogni mattina sfuma quintali di matita nera intorno agli occhi, lei che ama suonare la chitarra amplificandola tanto da far tremare i muri, lei che ha una band di scappati di casa. Mi viene male al pensiero di doverglielo seriamente dire. “Non aspettarti niente amore. Non verrà mai, soprattutto adesso che è sempre impegnata con le prove” Mi guarda in silenzio, segno che comprende le difficoltà “Stai da me? Camilla la lasci un po’ sbollire, e poi ti fa male stare dietro ad un’adolescente un po’ cresciuta” Alzo lo sguardo e lo maledico, non si parla male di Milla, che adesso sarà a casa ad aspettarmi “Non parlare male di Camilla” Lo rimprovero prima di alzarci e lasciarci cullare da questa notte atroce.

I primi raggi di sole filtrano dalle finestre, svegliano sia me che Elia, che mi cinge i fianchi. Ha la bocca leggermente schiusa, e fino a qualche minuto fa dormiva beato tra le braccia di questa notte complessa e piena di pensieri. I suoi capelli lisci, scuri, cadono sul suo viso, gli coprono gli occhi scuri, quasi neri, è avvolto nel suo pigiama: pantaloncini bianchi, ormai usati e disfatti, maglietta azzurrina, con il colletto più scuro, a righe. Camilla con uno del genere non ci sarebbe mai stata, se non hanno la fedina penale sporca, almeno un tatuaggio grosso come tutto il bicipite, e gli orecchini da tossico non vanno bene. “Buongiorno” Arrivo in una cucina accogliente, sui toni caldi, che mi sarebbe piaciuto arredare, e vengo inebriata dal dolce profumo del caffè, preparato ancora con la caffettiera, come fa la nonna. “Buongiorno” Siedo al tavolo, e sorseggio la bevanda scura, lasciandomi scaldare da un sole un po’ assonnato.

Le strade di Milano sono già affollate, il sole inizia a riscaldare il cemento rovente. I miei pantaloni color crema pregano di essere lavati, sono rimasti nell’armadio di Elia per 2 mesi, il tempo per cui li ho dimenticati lì, e ora sembrano vecchi di anni, risplendono sotto la luce estiva, e penso che dovrei fare come Camilla ed indossare degli shorts ogni tanto, perché fa troppo caldo per tenere le mie gambe candide coperte. Non sono ancora riuscita ad abbronzarmi, a differenza di Milla che si sta godendo la piscina, il sole, l’acqua fresca, e l’estate in generale. Tra 2 settimane partiremo per la Sardegna, la terra dell’estati del passato. La terra in cui il mare è cristallino e la sabbia è bianca e sottile. La terra dove Camilla spera di capire cosa mi passi per la testa, ma ahimè, mi sa che lo scoprirà prima.

La casa è silenziosa, le pareti chiare sono ancora avvolte dal buio, le tapparelle abbassate, e il tavolo della cucina pulito, con sopra la scatola di Risiko. Sul divano c’è un cumulo di coperte, che al rumore dei miei passi si muove scomposto, lentamente. Camilla ha dormito sul divano? Non può essere, dorme sempre nel suo lettone morbido, con le coperte color pesca, e l’orsacchiotto di peluche sulla testiera, quello che le ha regalato Oscar dopo aver dato il primo esame all’Università. Mi ricordo quando è arrivato in casa mia… casa nostra, urlando e abbracciandola, pur non sapendo ancora il risultato. “Mimì! Hey! Hai dormito sul divano?” Mi avvicino e scosto leggermente il lenzuolo con sopra Snoopy, da dove sbuca un ciuffetto biondiccio, tendente al castano, e una mano grossa quanto un pallone da basket. Ok questa non è Camilla. “Oh ma chi sei? Togliti” Una voce roca, impastata dal sonno, maschile, assolutamente maschile “TOGLITI? E’ CASA MIA! ANZI, TU CHI SEI?” Dalle scale si sentono altri passi, alcuni leggeri, altri più pesanti, lenti, segno del sonno. Una deve essere Camilla. “Hey- Eccola- Calmati, lascialo stare, è Nico, la voce della band, che conosceresti se non avessi rifiutato tutti gli inviti ad ascoltare le prove” Mi sento ribollire la rabbia nelle vene, tratta questa casa come se fosse un porto, gente che va e gente che viene, senza regole, senza un minimo di ritegno. “MIMI’! TI ODIO! QUANDO CAPIRAI CHE NON PUOI INVITARE CHI VUOI SENZA DIRMELO?!” Gli occhi assonnati, segnati dal sonno, e dalle birre probabilmente, iniziano a diventare di fuoco, di bragia, come quelli di Caronte “Tu neanche c’eri, mi hai dato buca, e io ho cercato un po’ di compagnia, come avevi detto tu per altro, non mi sembra di aver commesso un reato” La sua voce è incrinata, è già stufa delle mie polemiche, o forse è stufa da qualche mese. “Mimì? Che soprannome di…” Lo sguardo della mia amica passa da incenerire me, a fare fuori quel famoso Nicolò, e io mi concentro su Riccardo che sembra essere molto in disappunto con questa situazione, ci osserva dall’alto del suo metro e troppo, penso 90, in silenzio, come un bimbo che vede i genitori bisticciare.  “Mi chiama così da quando sono piccola, e comunque non ha niente di brutto” Nessuno ha più il coraggio di parlare, quando inizia a salire le scale a grandi passi, sbattendosi dietro la porta. “Vado io, che qua siete buoni solo a combinare casini” Riccardo ci volta le spalle e sale le scale in silenzio, i suoi calzini spessi e bianchi ovattano il rumore dei passi, bussa alla porta e la prega di farlo entrare. “Cosa fai? Non provare a creare un altro casino, lasciala con Riccardo” Ammonisco il biondino alto e secco, che si sta incamminando verso camera della mia amica “Sono in mutande, prendo i miei vestiti e me ne vado da questa casa. Ok?!” Non dico più nulla, lo guardo entrare, e mi abbandono sul divano, cosciente di aver combinato un disastro ed essere sembrata psicopatica.

Point of view Camilla

“Entra” passo una mano sulle poche lacrime che ho versato, mi asciugo la guancia e guardo la porta bianca di camera mia aprirsi. “Posso?” Riccardo si siede sul letto, distante da me, che giaccio sulla mia sedia della scrivania “Fai pure” Lascio che si avvicini, che guardi i fogli scritti sulla mia scrivania, che li capisca, che provi ad immaginare cosa mi passa per la testa. “Questi? Non credo siano per il tuo blog” Sposta i miei scritti, li riordina, come non lo sono mai stati “Sono uno sfogo” Guardo fuori, Milano che splende, già calda e felice di questa altra giornata estiva “Da che cos…” Veniamo interrotti. La porta si apre rumorosa, viene chiusa: Nicolò, in mutande ed abbattuto. “Cosa ci fai qui?” Riccardo è molto freddo, lo spaventa, si vede dagli occhi di quel ragazzo rimasto bambino. “Calma, prendo i vestiti e me ne vado”. Si veste, sistema il telefono e il portafoglio nelle tasche “Oggi pomeriggio ci vediamo alle prove. Per le quattro?” Lascio che i miei occhi scorrano verso la mia chitarra nuova, triste e dormiente nell’angolo della camera. “Mi sa che salto. Voi se volete provate, vi lascio gli appunti se ne avete bisogno” L’entusiasmo di Nico si spegne, non che si sia mai acceso da quando si è svegliato, ma questa affermazione sembra dargli il colpo di grazia. Nicolò è rimasto bambino, come dicevo. Lo si vede dai suoi occhietti blu mare, che quando lo si sgrida diventano piccoli piccoli, oppure dal suo ottimismo, o dal suo essere senza filtri. Un bambino, puro e allegro intrappolato nel corpo di un venticinquenne laureato e con una voce da rockstar fallita. “No, fa lo stesso, sarà per la prossima. Ah… ehm… Milla, non ti buttare giù per lei” Mi guarda ancora qualche secondo, con quello sguardo limpido, prima di poggiare la mano sulla maniglia della porta, nella speranza di trovare il coraggio di uscire “E’ la mia migliore amica. Mia sorella, quella che ho scelto. Avrei sempre dato la mia vita per salvare la sua, e lo farei anche ora, fa male più di quanto voi crediate” La mia guancia si bagna: una pianura tranquilla bagnata da un lungo fiume in piena, che ha voglia di straboccare, di far scappare gli abitanti delle vicine case. “Camilla” L’ultima voce, quella di Riccardo, calma, profonda, senza alcuna emozione, prima di scappare, chiudermi in bagno.

La mia schiena che scorre sulle piastrelle candide, lisce, mentre mi lascio andare. Cado a terra, i capelli si arruffano dietro la testa. Le lacrime scorrono e scorrono ancora senza interruzione. I miei problemi me li sono sempre smazzata da sola, e poco fa non avrei voluto dare spettacolo a Riccardo, e tantomeno a Nicolò, che probabilmente sarebbe rimasto scioccato. Tutto sembra sfocato, anche fuori dalla finestra, come se il Mondo fosse avvolto nella fitta nebbia lombarda di Novembre. La finestra chiusa impedisce ad aria nuova di entrare, e mi sento soffocare, sento che avrei bisogno di correre via, il più lontano possibile, magari dall’altra parte del Mondo, o magari anche solo a Parco Sempione, ma non ne ho le forze. Le gambe tremano, non riesco ad alzarmi, le mani fanno lo stesso, immerse nei miei capelli lisci. Due botte, forti. Contro la porta. Silenzio. La mia mente fatica a connettere. Riccardo, o forse Ilaria, o magari Nicolò, chi di loro mi vorrebbe in questo momento? “Camilla… fammi entrare. Parliamone un attimo, c’è una soluzione sicuro. Ti posso aiutare” Quella voce calma, pacata, quella voce… “No. So risolvermi i miei problemi da sola.” Silenzio. Silenzio. Che anche Milano oggi ne ha già abbastanza.

Point of view Ilaria

La porta del bagno sbatte. Poi cala il silenzio, non sento più singhiozzi, parole, voci, neanche passi. Tutto sembra essersi ghiacciato. Bloccato nel tempo, come gli insetti nell’ambra. Una piccola farfalla, dalle ali colorate, splendide, libere di volare, Camilla, chiusa in un bagno per nascondersi, nascondere la vergogna. Le lacrime. Le lacrime salate che le avranno bagnato il viso un milione di volte, e che ha nascosto sempre, dietro la porta di un bagno, o della sua camera, o in un parco, su qualche panchina. Non ha mai imparato a parlare, a chiarire, ad esprimere quello che prova. Dice che chiude nei silenzi quello che vorrebbe dire. Ma i silenzi chi li sa capire? E così non ha mai parlato del casino che ha in quella testa. Della sua gioia, delle sue paure, dell’ansia, della rabbia repressa, della voglia di rivalsa. Quella testa è una stanza disordinata, dove i panni sporchi occupano tutto lo spazio calpestabile, dove le finestre non riescono a far respirare, dove i fogli sono stropicciati e ammucchiati in un cestino. Quella testa è un casino, è tutto quello che non si vorrebbe mai vedere. L’inferno di Dante, e l’Ade degli antichi greci. Un insieme di anime, di pensieri dannati che si contorcono, inginocchiati, che si pentono. La testa di Camilla, la sua mente, è il suo peggior nemico.

Point of view Camilla

Il sole al parco è diverso, ti rende felice, scalda in modo piacevole, anche d’estate. Le foglioline dell’albero che fa ombra a questa panchina su cui sono seduta, sfregano fra di loro, si accarezzano. La brezza delle 18.30 è piacevole. Allungo il naso all’insù, a guardare il cielo, lascio che il venticello accarezzi il viso e che lo curi da ogni brutto pensiero che lo ha reso più brutto. Forse ho ancora gli occhi un po’ gonfi, li sento bruciare. Ci passo sopra un dito affusolato. Tutto mi sembra più amico, qui, lontano dai miei amici, da quella casa, da tutto quello che conosco troppo bene. I bambini corrono vicino a me, si lanciano la palla, e poi ad un tratto uno si avvicina a me. E’ una bambina, bella, con due occhi verdi da micina, i capelli a boccoli raccolti in due codini, gli elastici gialli, come la gonnellina che indossa. Non ho mai amato i bambini, ed ora come ora non ne vorrei neanche uno, preferirei vivermi una vita senza dei figli, perché vanno accuditi, cresciuti come si deve, con amore, altrimenti non ha senso, e io non sono in grado di farlo, lo ammetto. Mi piace non avere orari, poter tornare a casa quando e se voglio, non avere la responsabilità di un piccolo umano. “Hey! Come sei bellaaaa! Voglio anche io i capelli lunghi come i tuoi” La bimba mi sfiora i capelli, e poi mi guarda dritto negli occhi e sorride. Vorrei poterle restituirle la stessa felicità, ma non è giornata, per niente. “Grazie! Anche i tuoi riccioli sono molto belli, e questo sorrisone mamma mia” La madre della piccola smarrita nel desiderio di crescere, si avvicina e la prende per mano, scusandosi. Mi riappoggio allo schienale della panchina, e mi perdo tra il vuoto. Non penso a nulla, non sento nulla, è come se tutto per un momento non fosse successo.

“Nico! Apri! Forza” il portone del palazzo si sblocca sonoramente, salgo le scale a piedi, senza neanche calcolare l’ascensore, ho fretta, devo fare tutto subito. La chitarra in spalle rende la mia salita complessa. Arrivo a fine scale che sono obbligata a fare un respiro a pieni polmoni, e ad appoggiarmi alla ringhiera, rischiando di svenire e cadere giù. Promemoria: 5 piani di scale da fare a piedi, di corsa, con la chitarra in spalle, sono troppi. “Ciao ciao! Forza, dammi un quaderno, un foglio, un qualcosa!” Irrompo in casa, appoggiando la chitarra all’ingresso, rischiando di farla cadere. “Non pensavo venissi” Parla il mio amico, alla ricerca di quello che gli ho chiesto “Invece, eccomi! Muoviti ho bisogno di un qualcosa su cui scrivere” Lo guardo in attesa del materiale richiesto, appoggio le mani sui fianchi, mentre mi guardo intorno. Casa di Nico è un posto ordinario, non c’è nulla di particolare che ti faccia dire che è casa sua: niente foto, niente scritte, niente soprammobili particolari. Anche il divano sembra anonimo, come se su di esso non fossero successe migliaia di cose. “Ecco, foglio e penna” Rubo dalle sue mani quello che mi serve e mi siedo al tavolo della cucina, che è molto più piccolo di quello di casa mia e di Ilaria. “Comunque, potresti spiegarmi cosa vuoi fare? Perché hai fatto irruzione in casa mia senza avvisarmi? Potevo essere con una ragazza, o potevo essere sotto la doccia o…” Alzo gli occhi dal mio foglio “Mi è venuta in mente una cosa da scrivere, avevo dietro la chitarra, e sono passata da te. E poi non dire cavolate, non ci credi neanche te alla storia della ragazza. Nel senso da quanto non esci con una tipa?” Tamburello la penna sul piano in attesa di una risposta “Mi sembra di aver passato la serata a casa di una ragazza ieri” Risponde con tono canzonante mentre allude al fatto della fantastica serata passata a casa mia che si è conclusa nel peggiore dei modi stamattina “Io non valgo. Sai bene cosa intendo. Ah e non dire nulla sulla doccia, perché puzzi quindi non sei credibile- osservo la mia penna- Mi hai dato un Bic tutta smangiucchiata da te?! Che schifo!” Lascio cadere la penna, e mi pulisco le mani “Non puzzo! E comunque non avevi specificato che la penna non doveva essere smangiucchiata. Poi scusa, non potevi scrivere a casa tua?” Penso a cosa rispondergli, perché in definitiva sa anche lui il perché non sono a casa “Be’… Sei il cantante, avevo bisogno di un parere, e magari hai qualche buona idea…” Mi scruta con i suoi occhi da bambino delle elementari “Sicura? Da quando ti importa del mio parere?” Sorrido, e mi lascio scappare un sorriso malinconico “Non ho voglia di tornare a casa, non sono in formissima. E poi… mi duole ammetterlo, ma tu sei bravo a tenermi compagnia” giocherello con la penna senza guardarlo “Quindi, dato che non hai bisogno del mio aiuto non ti dispiace se mi metto a guardare Caduta Libera?” Scuoto la testa e rido piano “Ah e per cena c’è solo del prosciutto, tra l’altro poco, quindi mi sa che dovremo ordinare, ti va bene il poke?” Lo guardo sbigottita “Sei pazzo?! Ordina una pizza e poche storie su” Gli sorrido ancora un attimo prima di buttarmi a capofitto sulla canzone.

“Ah ma quindi stanno insieme?” Nico rovista nel freezer alla ricerca di un po’ di gelato per farmi felice. Oggi è stata una giornata da dimenticare, di quelle che arrivi a sera e vorresti che non fossero mai iniziate, che tutto fosse un brutto sogno, e che domani sarà tutto a posto. Invece gli occhi sono gonfi e stanchi davvero, le gambe ancora tremano per questa mattina, e lo sguardo è vuoto. “No, lei sta con un altro” Insegno invano, a Nicolò, le dinamiche del mio show televisivo trash preferito, lui però continua a non capirci niente. Non è molto sveglio. Ammettiamolo. “Ti va bene un rimasuglio di gelato alla fragola molto scadente?”  Domanda sapendo che in questo momento mi andrebbe bene anche il cibo del cane. “Si sì muoviti però” Il mio amico si fionda sul divano con una ciotolina di gelato rosa sbiadito, su cui mi avvento ancor prima che me la cedesse. “Ma tu non hai altro modo di consolarti? Dai questo è squallido” Ridiamo senza un minimo di ritegno mentre quel programma orribile va avanti “E’ divertente, guarda quella che labbrone ha! Sono terribili!” Indico la tv, seguita da una risata sguaiata. “No sono serio, come ti consoli di solito?” Cerco di fare mente locale, di provare a pensare, a sforzare la mente “Vado al parco, come ho fatto oggi, oppure suono per ore canzoni tristi, quelle da testate al muro- lo sento sogghignare- o… leggo romanzi psicologici” Mi guarda stranito “Ti fanno il lavaggio del cervello totale, è bellissimo” Cerco di convincerlo.

“Camiiii” Urla dalla stanza da letto Nicolò “Dimmi” Abbasso il volume del televisore su cui ora c’è un bellissimo programma di cucina di almeno 6 anni fa. “Ti ho preparato il letto, io dormo sul divano, tanto immagino che non vorrai fare ritorno a casa a quest’ora. Per il pigiama direi che va benissimo questa maglia blu che ti ho messo sul cuscino” Già… non farò ritorno a casa stasera…

                                                                                                          To be continued

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