Non ho tempo per pensarci

Non ho tempo per pensarci

Capitolo III

Point of view-Camilla

“Che diavolo… puoi spiegarmi” Le parole iniziano ad uscire di bocca senza che io ci ragioni, proprio mentre chiudo la chiamata con Ilaria, prima preoccupata, e ora, sicuramente, furibonda. “Non c’è tempo, prendi chitarra e basso, che abbiamo ancora un’oretta” Non faccio in tempo a ribattere che mi ritrovo con gli strumenti sulle spalle, e le strade di Milano che scorrono sotto i piedi.

Il respiro, sia mio che di Riccardo, diventa affannato, tanto da costringerci a rallentare e prendere la metro per percorrere, quello che credo essere un breve tratto, dato che in teoria dovevamo farcela a piedi. L’aria si era fatta più fresca, e il cielo più nuvoloso, improvvisamente ho voglia di tornarmene nella mia bella casetta, con Ilaria e la sua ansia, le sue preoccupazioni, il suo istinto materno e le sue tisane, che se fossi a casa mi starebbero scaldando. Invece sono in giro con quello che si sta dimostrando giorno dopo giorno un pazzo, che senza dirmi nulla mi butta fuori casa e mi fa percorrere Milano a grandi passi, tanto da farmi venire il fiatone, con due strumenti sulle spalle, e la malinconia che vaga per la testa, lasciandomi spaesata tra le vie di quella che è la città che conosco meglio in assoluto.

Ho sempre amato Milano. Ho amato, e amo, questa città in una maniera a tutti incomprensibile. La conosco bene: le sue vie, il suo clima frizzantino, e la nebbia autunnale che non fa vedere bene la luna di sera, i suoi abitanti frettolosi e l’animo, che dicono, poco accogliente, eppure così normale per me. E’ difficile amare una città in cui si deve sgomitare in centro per arrivare alla fine di una via, una città in cui se non sia un mandato non si può andare a casa di un amico, solo in pochi lo fanno, e io sono tra quelli. E’ vero, magari, qui nel profondo nord, non abbiamo le porte sempre aperte, ma Milano è accogliente comunque, mi ha abbracciata quando sono arrivata, e lo fa oggi mentre siedo sul seggiolino della metro. Questa città c’è sempre stata: quando ho bevuto il primo aperitivo in Duomo, quando sono andata al primo concerto, quando ho dato il primo esame all’Università, e io, forse, mi sento in dovere di renderla orgogliosa di uno dei suoi abitanti almeno.

Vorrei essere a casa con un libro fra le mani, uno di quelli che amo, uno di quelli che mi fa sentire parte di qualcosa, uno di quelli che mi fa ritrovare l’orientamento, uno di quelli che conosco come le mie tasche, di cui non ho paura per il finale, perché già lo conosco, eppure così nuovo in tutte le sue sfaccettature, ogni volta. Ripenso, mentre la metro si ferma ad una fermata troppo lontana da casa mia, ai libri che c’erano a casa di Rick, impilati disordinatamente di fianco al divano, erano tutti libri seri, di filosofi, libri che in casa mia ed Ilaria erano entrati perché li avevo letti per la scuola, ma nessuno di essi aveva smosso qualcosa in me, neanche la voglia di riflettere su quello che sarà la mia vita tra 10 anni, dopo quella che dovrebbe essere la svolta, ma in fondo, anche volendo, non ho tempo per pensarci. Le rotaie scorrono troppo veloci, e prima che me ne possa accorgere sono giù dalla metro, a rincorrere Riccardo, che va ad una velocità che fa fuggire i miei pensieri, che non riescono ad aggrapparsi alla mia mente. Il fiato inizia a farsi corto, e la pazienza ad esaurirsi, vedendo che siamo quasi fuori Milano, ad una distanza imbarazzante da casa sua, e ancor più dalla mia. “Il tuo basso puoi anche prenderlo tu” Dico, ormai spazientita, con i pensieri confusi, tra la continua domanda che vorrei fargli per capire cosa stiamo facendo, tra la paura per Ilaria, per la nostra amicizia, e chissà cos’altro che non riesco neanche capire. Mi strappa dalla spalla lo strumento che giace silenzioso nella sua borsa, con così tanta violenza da farmi tentennare, da mettere alla prova il mio equilibrio sempre perfetto, per via del mio passato da pattinatrice ed ora da skater. Rimango inebetita da quello strattone e guardo la mia chitarra, o meglio la sua borsa, ormai distrutta dal tempo, per trovare qualcosa che conosco, qualche certezza insomma: le sue corde, il plettro ritrovato e il suo suono sempre piacevole.

“Siamo arrivati, è quel palazzo lì. E’ casa di un… amico- perché nel dirlo tentenna? –  Suona la tastiera, è un mito. Speriamo accetti” Riccardo deve essersi accorto dei miei occhi spaesati, non più sicuri come alla partenza, come durante i provini, come quando sono andata contro Ilaria per lui, per questa fantomatica band, e per i miei sogni, sempre troppo grandi. Ma come si dice? Sogna in grande. No? Il cancelletto del palazzo si apre, con uno scatto che mi risveglia dai pensieri, saliamo con l’ascensore, in un silenzio tombale, che quasi fa ridere per due che voglio vivere in mezzo al rumore, ai cori dei concerti. Arriviamo al penultimo piano, quello che deve essere il suo amico ci aspetta sulla soglia della porta: un ragazzo biondo, più biondo di Riccardo, ha gli occhi scuri, e una camicia bianca serissima, da spingere a non fidarmi di tutta quella formalità per un amico. Ci saluta con un cenno di capo e ci lascia entrare: l’appartamento non è enorme, e anche poco luminoso, due birre giacciono abbandonate sul tavolo, una ancora mezza piena, e la tv è accesa su un canale che dà il calcio, deve essere una partita vecchia, non riconosco neanche un nome di quei calciatori, non che sia esperta, però qualcosa so. Capisco che quello non è il suo amico quando ci dice: “Ciao Rick. E’ stata dura ma l’ho convinto. Vacci piano però, non so fino a che punto ti abbia perdonato”. E da lì le paranoie iniziano ad aumentare. Ma questa volta è normale: siamo piombati in casa di uno che probabilmente ci odia. O meglio, odia Ricky, ma io sono con lui. Ci dirigiamo verso una stanza insonorizzata con una porta a vetri, i nostri strumenti sulle spalle iniziano a pesare, o forse è solo la tensione. Entriamo in quella stanza che sembra essere il covo di un maniaco che accumula bottiglie di birra vuote. “Ciao” E poi il silenzio, per qualche minuto, che però sembra un anno intero, uno di quegli anni che passano senza che succeda qualcosa che ti cambia, un anno inutile. Il ragazzo seduto sullo sgabello è alto, molto alto, è costretto a curvarsi sulla sua tastiera quando iniziamo a suonare. La mia chitarra sembra fare fatica, glielo leggo sulle corde e sul fatto che mi ero completamente dimenticata di accordarla a casa, anche le mie mani sembrano non collaborare, sfioro l’errore colossale almeno un paio di volta, ma non sono l’unica, di fatti, sia tastiera che basso, sbagliano, non una, non due, e neanche tre, ma ben quattro volte, una di fila all’altra, da farmi smettere di muovere le dita sulle corde. Lascio che il silenzio invada la stanza prima di esprimermi, perché anche loro hanno capito che ho voglia di parlare, di insultarli, di sputare fuori tutto quello che penso di questa situazione assurda. Abbiamo iniziato a suonare senza neanche salutarci e presentarci per bene, sono dovuta andare ad intuito per capire che il ragazzo che ci ha aperto è il fratello del pazzo che suona con noi, e che probabilmente Riccardo e questo bizzarro individuo hanno suonato precedentemente insieme, in questo posto. “Fa schifo. E’ pietosa. Non si può suonare così, e per di più quattro errori in neanche 2 minuti sono imbarazzanti. Non è nulla di complesso. Qualsiasi cosa ci sia fatevela passare. Non mi importa dei vostri passati, io voglio suonare, voglio mettere, almeno, le basi per il mio sogno, e se voi non ce la fate perché siete troppo concentrati su chissà che cosa… bene, io non ho tempo da perdere, me la caverò da sola” L’atmosfera si fa ancora più tesa, i due ragazzi si guardano come due pistoleri di un film western, e io sono lì, fra loro due, e la mia unica arma è una chitarra, sicuramente stufa di tutto, di tutto quello che le sto facendo passare. “Ti sono sempre piaciute quelle maleducate e irriverenti Rick. E sapete che vi dico, che neanche io ho tempo da perdere dietro due che di musica ne sanno ben poco e vivono solo il mito di una band” Qui tocchiamo il fondo, da cui penso di non poter risalire.

Ho iniziato a suonare che avevo 7 anni. Mio padre ha sempre insegnato chitarra e così, io all’età di 7 anni decisi di seguire le sue orme. Lui mi teneva la chitarra, ero davvero piccina, non avevo mai visto qualcuno di così piccolo alle sue lezioni, e forse anche perché io non facevo delle vere e proprie lezioni quando avevo quell’età. A suonare seriamente iniziai a 8 anni, seguivo e lezioni di mio papà con altri bambini, ma io le facevo praticamente tutti i giorni, e in poco tempo diventai brava (è troppo da egocentrici dirlo?). Mi ricordo quanti pomeriggi passati in tavernetta a suonare con papà, a volte dopo 30 minuti ero sfinita, era davvero perfezionista quell’uomo per quanto riguarda la musica, ora, invece, lascia molto correre, è raro che si arrabbi come una volta davanti ad un errore. A 13 anni inizia a studiare anche pianoforte, perché ormai la chitarra, non mi aveva stufato, però era diventata la mia comfort zone e volevo provare qualcosa di nuovo. Per quello presi lezioni da un insegnante particolarmente severo, mi faceva suonare solo musica classica, e le mie intenzioni erano altre, così dopo 3 anni abbandonai, lasciando la tastiera con cui provavo in un angolo della camera ad impolverarsi. Portai questa tastiera anche qui a Milano, con il buon proposito di riprendere con delle lezioni, o quanto meno a strimpellare. Ma l’Università mi prendeva tempo, Milano aveva un sacco di distrazioni e quindi addio buoni propositi.

Dire che di musica ne so poco è eretismo, scusate.

“A dire la verità sono quasi sicura che ne so il triplo o il quadruplo di te, ma non mi importa fare la gara. So solo che oggi non mi sembra che tu abbia dimostrato le tue migliori doti su quei tasti, e non puoi contraddirmi, ho fatto pianoforte per un po’ e qualcosa mi ricordo, non pensare di prendermi in giro” La sua faccia spazientita è arte, oppure è arte il modo in cui riesco a tenergli testa? Non mi importa, quello che mi importa è vederlo a bocca chiusa mentre sposta gli spartiti dal leggio. Riccardo accarezza il suo basso che emette qualche suono, decisamente poco piacevole, triste. “Bene, vedo che l’arroganza non ti manca ragazzetta- lo fulmino con lo sguardo- e spero che non ti manchino neanche i tastieristi. Rick mi sa che dovrai trovare qualcun altro” Vedo Riccardo irrigidirsi e spostare il basso dalle sue gambe, su cui poggiava. Il suo basso è nero, scuro come il suo umore, deve essere anche piuttosto nuovo, da come luccica e non ha neanche un graffio, lo ammiro sempre da quando conosco Riccardo. “No dai, ti prego… parliamone, Camilla” Lo guardo mentre pronuncia il mio nome, nella speranza che io chieda scusa, disposta a stare agli ordini di un ventottenne con la smania di sé stesso. “Parlate voi, io non ho intenzione di fare un passo indietro. Ti aspetto giù Rick” Dico mentre stacco i cavi, e metto la chitarra nella sua borsa, insieme al plettro che ricordavo più bello. Esco da quella casa che deve somigliare molto all’inferno, mi siedo su un muretto poco distante da lì e guardo l’orizzonte, è ormai il tramonto e il sole rosso inizia a calare. Milano tra qualche ora sarà tra le braccia di un’altra notte scura, la Madonnina brillerà sotto la luna e i ragazzi riempiranno i locali. Io? Io sono ancora su un muretto, ad una distanza incredibile da casa, e dalla mia amica, che sicuramente, in questo momento, mi darebbe conforto. Un brivido percorre tutto il mio corpo, l’aria si è fatta ancora più frizzante mentre suonavamo, le mie braccia nude si coprono di uno strato di pelle d’oca, e per un momento inizio a pensare che questo brivido non sia dovuto al freddo, ma a tutto quello che sta accadendo. Forse sono ancora la bambina che suonava in tavernetta, forse dovrei lasciare perdere tutto, dovrei concentrarmi sull’Università. Ma sapete, anche questa volta, non ho tempo per pensarci.

Riccardo esce dal palazzo, con il suo basso sulle spalle e la testa china, a guardare il marciapiede di quella zona residenziale, a cui nessuno dei due è abituato: così normale, tranquilla, poco trafficata (per quanto sia possibile in una Milano frenetica). Prendiamo a camminare, e lo maledico mentalmente quando capisco che non ha intenzione di prendere la metro. Ma non gli dico niente, Milano è bella, il tramonto anche, e il freddo sopportabile, per una sera questi chilometri non peseranno. “Marco, il tastierista. Eravamo molto amici, quasi fratelli, abbiamo coltivato la nostra passione insieme, giorno dopo giorno, suonavamo in quella sala prove tutte le settimane” Rivolge lo sguardo al cielo: il crepuscolo invade tutto quello che è sopra di noi, e con la sua atmosfera magica ci lascia parlare, forse un po’ in preda alla malinconia. “L’avevo intuito. L’aria era troppo tesa per essere un posto privo di ricordi” Giustifico la mia risposta in fretta, vedendolo accigliarsi, e sapendo che ci vuole ben poco a far cambiare il suo umore.

I luoghi non possono mai esserti indifferenti. Ovunque tu sia stato lasci un segno, o forse è il luogo che lascia il segno in te. Mi ricordo le colline, quelle tondeggianti, dolci, dove il vino è sacro e il suo sapore così famoso da non poterlo confondere. Le Langhe. Il cuore pulsante di un Piemonte a me quasi sconosciuto. Nata e cresciuta in una Lombardia così frenetica da farmi dimenticare che tutto intorno è diverso da noi. Il nonno, papà di mio papà, era affezionato a quella terra, alle sue viti e ai paesini sconosciuti, che per arrivarci ti fanno fare 2000 curve in macchina, costringendoti, se soffri, a non mangiare per almeno 3 giorni prima della partenza. Io e lui, quando c’era ancora la nonna capitavamo spesso da quelle parti. Andavamo a Barolo, a vedere il suo castello, nonostante lo conoscessimo come le nostre tasche, e poi prendevamo il vino, quello fermo, di quelle zone insomma, riconosciuto in tutto il Mondo, ma che a noi non piaceva, neanche ai miei genitori, le bollicine regnavano (e regnano) sovrane nella mia famiglia.

“Non manca molto” La voce del nonno, profonda e con dentro la saggezza di chi ha visto passare davanti a sè quasi tutta la vita, mi risveglia da quello stato di trance in cui ho vagato per circa mezz’ora. Le colline sono rimaste tondeggianti, e le viti belle e rigogliose, come quando c’era ancora nonna. “Tranquillo, non mi fa differenza nonno, è per te. Sei sicuro di non stancarti?” Abbasso il finestrino, l’aria per essere Febbraio è meno fredda del previsto. Cos’è successo? “No, tranquilla. Ci tenevo a portarti qui, la nonna lo avrebbe fatto. E poi, ora sei maggiorenne, puoi ordinarti il vino, senza rubarmelo” Sorrido spensierata. Eh nonna, queste tue amate colline, guarda come brillano oggi, sotto questo sole strano per la stagione più fredda. “Sei felice?” Ma cos’è questa domanda mio nonnino caro? Proprio tu me lo chiedi? Tu che non hai bisogno di domande per capirmi? Mi stai abituando al non avere una persona che mi capisce senza aver bisogno di nulla? Non farlo, lo sai che me ne accorgo, avete fatto così anche con nonna. Non puoi dirmelo così, oggi, giorno del mio 18°, che ho deciso di passare con te, che sei un po’ il mio tutto. “Nonno, lo sai.” Mi guarda sorridendo, e capisco che è stata una cosa accidentale. “Nonno” Rivolge lo sguardo nella mia direzione, segno che mi sta ascoltando “Queste colline senza nonna sembrano grigie. Cos’è successo?” Colpito eh nonno! Non volevo, te lo giuro, mi è uscito spontaneo. “Lo so Camilla, devi solo abituarti, quando tutto sarà a posto, e sarai tu a lasciare il segno a questo posto, ecco, quel giorno, torneranno verdi e luminose”.

Eh nonno, come mi manchi! Non sono più tornata lì sai. Magari oggi sono di nuovo verdi quei rilievi.

Quelle colline a me avevano lasciato un segno, e per Rick il luogo che lo aveva segnato era la sala prove.

Point of view Ilaria
Sono ore che Camilla non si fa sentire, Milano inizia a diventare fredda, e chissà se è a casa. Non può stare in giro con questa arietta, è debole di gola, si ammalerà, e poi mi toccherà andare in farmacia a prendere qualcosa per farla guarire.

Mille sono le mie preoccupazioni. Camilla mi prende sempre in giro per questa mia ansia patologica. Ricordo il viaggio a Berlino, specialmente dopo essermi aiutata con quel video che la mia coinquilina ha fatto. L’aveva tutto organizzato Milla: si partiva alle 8.00 da Linate, con un volo low-cost trovato qualcosa come il giorno prima, e poi si doveva vagabondare per la città fino all’ora di cena, in cui ci saremmo dovute sfondare in birreria. Come sono andate realmente le cose? Arrivate là non le ho lasciato neanche il tempo di provare a ricordare il suo programma, perché ne ho fatto uno io per visitare tutti quei posti turistici.

“Basta Ila, sono stufa. Io vado a bere e mangiare qualcosa, soprattutto la prima. E poi, non ne posso più di sentire parlare di questo dannato Muro” Si spinse dentro ad una birreria, lercia, una di quelle sporche fino all’ultimo centimetro, ma sembrava l’unica nei paraggi. “Anzi, sai, ho un’idea. A furia di parlare di muri mi è venuta voglia di tatuarmi quello dei Pink Floyd! Googla posti dove fanno tatuaggi nei paraggi” Ecco, un’altra idea geniale. Presi il cellulare e cercai un dannato posto per questo tatuaggio, sperando di non trovarne neanche uno. “Dai Milla, non un altro tatuaggio, poi pensaci almeno un attimo, deve avere un significato” Iniziò a mangiare un panino… come lo aveva chiamato… aspettate… ah si… un paninazzo zozzo. Colava ketchup, carne e quella che sembrava una sottiletta da tutte le parti, e lei con le sue unghiette laccate di bianco che lo mangiava blaterando qualche stupidaggine. “L’unico significato di questo tatuaggio sarà: viviti la vita, facendo anche qualche cretinata, e non pentirtene neanche ad ottanta anni, ma ridici sopra” Giusto. Uno schiaffo in faccia alle mie manie da nonna: niente tatuaggi a caso, niente serate trasgressive, niente cose esagerate in qualsiasi maniera. Vorrei sapermi vivere la vita come fa lei, senza regole, né limiti, senza peli sulla lingua, senza mezze misure e sfumature tra il bianco e il nero, sempre con un’idea in mente.

Oh quel tatuaggio! Tutte le volte che lo vedo, quando siamo al mare, o in piscina, perché è appena sotto l’ascella e quando è vestita non si vede, divento matta, glielo vorrei staccare.

Oh Milla Milla, dove sei?

Una chiamata? No vero? Troppo per il tuo animo libero, libero come il vento.

Libera come il vento? No…. Scusate, similitudine sbagliata. Per Camilla non si può dire che somiglia al vento. Lei lo odia. Odia quando le scompiglia i capelli, che puntualmente le si appiccicano alle labbra ricoperte di lucida labbra appiccicoso. Impazzisce. Impazzisce ad uscire dal mare, con quella brezza che ti gela la pelle, e per fino le ossa se sei debole. Detesta passeggiare per il centro con l’arietta gelida, che arrossa il suo nasino perfetto, che d’estate si ricopre di lentiggini raffinate.

Sono troppo mamma? Può essere, ma Camilla è così, è una ragazza che ha bisogno di un’amica mamma, e quindi eccomi. Tutta colpa sua, questa volta.

Point of view Camilla

Casa di Riccardo è un casino, ma penso che questo sia chiaro a tutti, eppure lui si aggira e trova le cose di cui ha bisogno come se non ci fosse un caos estremo. Sposta qualche libro, un cuscino e mi fa spazio sul divano, che fino a poco fa sembrava sparito sotto il disordine. “Io e Marco- il tipo con cui abbiamo suonato? Sì, immagino di sì- abbiamo litigato un po’ di tempo fa, sono passati… 2 anni… credo” Si ferma, accende una sigaretta e lancia l’accendino sul tavolo che si trova davanti a noi. “Non mi hai detto che fumavi” Parlo senza ragionarci, come se non avessi più i filtri che avevo un’ora fa. “Non me l’hai mai chiesto”. Silenzio. 1 a 0. Bravo campione. “Comunque, abbiamo iniziato a litigare in un periodo un po’complesso. Scoprì le scappatelle con la sua ragazza, e se la prese perché in quel periodo avevo meno tempo” Spalanco gli occhi, drizzandomi su divano “Scappatelle con la sua ragazza? Rick fai schifo! Ha ragione! E la prendi così alla leggera?!” Sto urlando? Probabile, ma non mi importa, perché sono seduta di fianco ad una sorta di pazzo. “Calmati, calmati. Della sua tipa gliene fregava ben poco, non l’ha mai calcolata. Litigammo perché io mi iscrissi a Filosofia, e per via dello studio avevo meno tempo per studiare. Pensò che non me ne importasse della musica e così ci allontanammo. Portandoci rancore fino a questo pomeriggio quando mi sono deciso, e mi sono scusato” Be’, per lui tutto normale. Per me qualcosa di incomprensibile. Brutto opportunista che non è altro. E comunque, ora si spiegano i libri seri che vagano per casa. Potremmo anche parlarne qualche volta eh Riccardo, magari scopriamo che l’arte è meno noiosa del previsto, e ne possiamo parlare mentre accordiamo gli strumenti. “Brutto opportunista” Bocca mia taci, ti prego. “Tutti i grandi della storia erano opportunisti se proprio lo vuoi sapere. E comunque potrebbe essere solo un ricredersi” Bel giustificatore, su questo siamo proprio simili.

La notte è scura, i lampioni accesi sembrano un bagliore enorme in quelle strade buie, ma nulla è come la luna. Bella e dannata, che solo una volta ogni ventotto giorni si fa vedere tutta, piena piena. Come illumina lei Milano non lo fa nessuna luce. Quando si riflette sui Navigli, la sera tardi, quando i giovani sono appostati nei locali a bere, e gli anziani a casa a dormire, le famiglie spezzate in silenzio davanti alla tv, l’atmosfera si fa magica e misteriosa. Quando definisce le ombre delle colonne di San Lorenzo, oppure quando illumina un Parco Sempione silenzioso con le paperette già a nanna. Oh, mio bel chiaro di luna, lo sai quanto ti amo, lo sai quanto vorrei goderti al massimo ogni giorno, ma la vita detta appuntamenti a cui non si può rinunciare: una bevuta con gli amici, la cena con i genitori, il convegno di lavoro, la serata a studiare per gli esami. Se riuscissi a godermi quel tuo bagliore bella Luna, ogni sera, probabilmente mi annoierei, diventerebbe una di quelle abitudini viste con gli occhi degli adulti, con gli occhi di chi ha già visto tutto troppe volte, con gli occhi di chi non ha più stupore. Ma sei fortunata Luna, io gli occhi della bambina che guardava le colline delle Langhe stupita da cotanta bellezza e immensità, non li ho mai persi. Li custodisco, mi riempio ogni giorno delle piccole, ma anche delle grandi, cose che la vita ci riserva. 

A volte le piccole cose sono sopravvalutate. Troppo chiacchierate e desiderate per essere veramente belle. Le piccole cose sono solo un’illusione di chi non riesce a capire quanto sono grandi. Una rosa, un fiore, non è mai piccolo. Neanche quelle maledette margherite che alla sera diventano di quel rosa orribile prima di chiudersi. Un’ape che vola di qua e di là, spaventando piccini e genitori, non è mai piccola, ma immensa, immensa per quanto si fa notare. Anche quelle abitudini che ci sembrano piccole cose in quanto abitudini, sono immense. Se ci penso, tutte le abitudini mie e di Ilaria sono enormi, indescrivibili: il paninazzo zozzo una volta ogni due settimane, la pizza del sabato, i film di Aldo Giovanni e Giacomo, il cinema della domenica sera, la bevuta dopo un bel concerto. Quindi, a dirvi la verità, io amo le grandi cose, che per via di qualche clichè, sembrano piccole ed originali.

“Che hai?” Quanta gentilezza, un vero gentil uomo, mentre sogno davanti ad una Luna quasi piena “Nulla, guardavo la Signora del cielo, perché le stelle a Milano sono timide davanti a quelle finte della città” Troppo sognatrice e romantica per essere una chitarrista senza limiti nei modi di fare, ma tanti in testa. “Ti capisco. Quei piccoli brillantini odiano le copie che abbiamo creato noi umani. Un giorno magari le guarderemo in una spiaggia, magari dall’altra parte del Mondo, dove il cielo ci sembrerà nuovo” Anche tu, bel bassista, dagli occhi uguali a due pozzanghere scure, non sei da meno in fatto di romanticismo. “Speriamo. Magari a Malibù, pensando a quanto da piccoli ci sembrava immenso il Mar Mediterraneo, solo perché non avevamo davanti l’Oceano” Cosa stiamo facendo? Ci stiamo gongolando tra sogni troppo grandi per noi? Ma me ne frego. Come diceva spesso il grande D’Annunzio. Più i sogni sono grandi, più c’è bisogno di impegno per realizzarli, e l’impegno dà soddisfazioni enormi. “Vieni, sul terrazzo della sala si vede meglio il cielo, e poi qui in camera sto soffocando al pensiero di quel basso abbandonato in un anglo dopo questa giornata pessima”.

Eh già, qua la bella Luna si vede meglio, chissà tra qualche giorno, quando ci sarà il plenilunio e i lupi mannari si trasformeranno. Eh mia amica del cielo, ti verrò a guardare mentre sarai in piena forma. Lo sai quanto ci tengo.

“Seconda stella a destra questo è il cammino. E poi dritto fino al mattino, poi la strada la trovi da te, porta all’Isola Che Non C’è” Canticchio, appoggiata alla ringhiera del balcone, mentre cerco di scovare la strada verso l’Isola dei Sogni.  “Forse questo ti sembrerà strano, ma la ragione ti ha un po’ preso la mano” Mi segue un Riccardo inebriato dall’atmosfera romantica e malinconica, su questo terrazzo che ci accoglie mentre sogniamo troppo in grande. “Non hai un disco di Bennato?” Sono retorica nel chiederlo: sono in una casa dove tutti i dischi sono di gruppi rock anni 70/80, tranne qualche strano incidente, tipo Eminem. “A dire la verità sì. Sono Solo Canzonette va bene?” Sorrido, spontanea, lo so che è la Luna ad avermi portato fortuna, perché anche lei ha voglia di sognare. “Però ad un patto” Mi giro verso di lui incuriosita. C’è bisogno di un patto per ascoltare un bel disco. “Farei di tutto per quelle dolci note” Sfioro la ringhiera, che sotto il mio dito è fredda. “L’Isola che non c’è me la suoni te, e la cantiamo insieme” Ah! Ecco ragazzo dalla corazza spessa un metro, anche tu hai un cuore e provi emozioni! “Non penso di poterla suonare con la chitarra elettrica. O meglio posso farlo ma di certo l’effetto è un altro” Rido appena, al pensiero di una canzone dolce, stravolta e fatta diventare una ballata rock, per vecchie rockstar malinconiche “Non preoccuparti Rockstar, la chitarra giusto ce l’ho io. Vieni” Lo seguo in casa e appena mi posa la chitarra sulle mie gambe incrociate l’accordo, immagino sia un po’ che non la suona: Ha un po’ di polvere sulle corde ormai vecchie da quello che vedo, e il plettro che mi ha porto sembra stufo di suonare, si porterà dietro una bell’età. Seduti, io sul parquet freddo con la schiena appoggiata sul divano scuro dove lui è adagiato, ascoltiamo insieme le prime note che sto suonando. E poi? Poi sembra tutto un sogno.

                                                                                                          To be continued

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